Dinorah Figuera è tornata oggi al centro della scena politica venezuelana dopo anni di esilio in Spagna, ma il suo nome è passato quasi inosservato fuori dal Paese. Eppure è proprio la presidente dell’Assemblea Nazionale eletta nel 2015 – e non María Corina Machado – a sedere oggi al tavolo con Jorge Rodríguez, presidente dell’attuale Assemblea controllata dal chavismo, per discutere una roadmap che dovrebbe condurre alla riforma del sistema elettorale e alla ricostruzione istituzionale del Venezuela. Non è un dettaglio. È probabilmente il segnale politico più importante emerso dopo il sequestro del presidente Nicolás Maduro il 3 gennaio scorso e racconta molto della strategia che sembra prendere forma attorno alla futura transizione.

La lettura prevalente di queste settimane descrive il dialogo come una conseguenza del terremoto del 24 giugno o come un inatteso riavvicinamento tra chavismo e opposizione. Entrambe le interpretazioni colgono solo una parte della realtà. La vera svolta nasce infatti dalla convergenza tra il tempo della Costituzione e quello della politica.

Il primo è scandito dall’articolo 234 della Costituzione venezuelana, che disciplina l’assenza temporanea del presidente della Repubblica. Dopo il sequestro di Maduro da parte degli Stati Uniti, il Tribunale Supremo di Giustizia ha qualificato la situazione come un’assenza temporanea, consentendo alla vicepresidente esecutiva Delcy Rodríguez di esercitare le funzioni presidenziali. Quella soluzione ha garantito la continuità dello Stato, ma ha aperto anche una zona grigia costituzionale. Con lo scadere dei 180 giorni previsti dalla norma, all’inizio di luglio, il problema non può più essere rinviato. Fino a quando è possibile considerare temporanea un’assenza determinata da un evento che la Costituzione non contempla espressamente? È attorno a questo interrogativo che si concentra oggi il confronto politico e istituzionale.