Le parole pronunciate da Mario Roggero prima di entrare in carcere – una sorta di sfida lanciata al presidente della Repubblica: «Penso che dovrebbe mettersi una mano sulla coscienza» – hanno reso evidente quanto la disputa accesasi intorno a questa vicenda prima di cronaca e poi giudiziaria sia diventata eminentemente politica.Con l’altrettanto evidente tentativo di tirarvi dentro la più alta delle istituzioni, quella che deve garantire il rispetto delle regole. Un gioco pericoloso, di cui (forse) si sono resi conto gli stessi che l’hanno cominciato; come il leader leghista Matteo Salvini, che ieri ha abbozzato una maldestra retromarcia: «Non facciamo pressione su nessuno» poiché è il capo dello Stato «l’unico che può decidere modi e tempi» dell’auspicato provvedimento di clemenza.
Ma se un’ora dopo la sentenza definitiva, prima ancora che il condannato cominci a scontare la pena, si invoca la grazia per riparare un’asserita ingiustizia (e addirittura il governo, attraverso il ministro Guardasigilli, si fa carico di sostenere la richiesta con l’improvvido annuncio di un’istruttoria avviata quando ancora non c’era niente da istruire), è difficile non intravedere le pressioni. E una strumentalizzazione del ruolo del Quirinale, che invece andrebbe sempre salvaguardato e tenuto fuori dall’agone politico.Sarebbe bastato che il ministro della Giustizia attendesse ventiquattr’ore e la domanda di clemenza presentata l’indomani dalla moglie del condannato, per evitare la burrasca. Invece è voluto intervenire subito, per non rimanere indietro rispetto alla propaganda montante, e Sergio Mattarella l’ha dovuto richiamare per ricordare a tutti i principi che disciplinano lo strumento della grazia. Anche sulla base di una prassi che s’è consolidata in ottant’anni di storia repubblicana.










