Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiSiamo abituati a pensare al Rinascimento come all’età dell’armonia, delle proporzioni perfette ispirate all'antico e della ricerca di un canone ideale. Ma questa è solo una faccia della medaglia. Il Quattrocento e il Cinquecento hanno coltivato con pari ossessione il suo esatto contrario, quello che oggi chiameremmo il brutto. È proprio su questa spinta che si sviluppa la mostra "Bellezza e Bruttezza. Ideale, reale, caricaturale nel Rinascimento", aperta alle Gallerie d’Italia di Milano fino al 18 ottobre. Curata da Chiara Rabbi Bernard e dopo una prima tappa al Bozar di Bruxelles, l'esposizione riunisce oltre cento opere provenienti dai maggiori musei del mondo, accostando maestri del calibro di Leonardo, Botticelli, Michelangelo, Tiziano, Lorenzo Lotto e Dürer.

Il percorso mette in luce come il concetto di bruttezza non fosse una semplice negazione del bello, ma una categoria estetica autonoma.

Se nel primo Rinascimento la bruttezza coincideva semplicemente con lo scarto rispetto alle regole classiche, o con l'aderenza troppo cruda alla natura non idealizzata, la riscoperta della Domus Aurea di Nerone e delle sue "grottesche" apre la strada a una dimensione fantastica. La mostra poi indaga la cosmesi e il "farsi bella". Attraverso trattati e specchi, emerge il paradosso di un'epoca in cui l'uso di trucchi a base di sostanze nocive finiva spesso per sfigurare i volti. Ma è con il Manierismo e con giganti come Leonardo e Dürer che si compie la rivoluzione: nasce il concetto della caricatura e della "bella bruttezza". Quando i modelli assoluti entrano in crisi, l'arte rivendica la libertà di non imitare più la realtà. Il deforme diventa un soggetto degno di rappresentazione in sé.