Pavia. In provincia di Pavia quasi 38mila lavoratori nel corso del 2024 hanno svolto la loro attività da remoto per alcuni giorni della settimana: una quota del 15,4% sul totale degli occupati. Il dato, contenuto nell’indagine svolta dall’Istat a livello nazionale su province e grandi comuni, è citato in un rapporto sul cosiddetto “lavoro agile” pubblicato da Uil Lombardia. Va precisato a questo proposito che la rilevazione dell’Istat «considera sia lavoratori dipendenti sia lavoratori autonomi» che per “lavoro da casa”si «intende la possibilità di svolgere l’attività in un luogo diverso dalla sede di lavoro». In Lombardia la percentuale di occupati che hanno usufruito di questa modalità è superiore alla media nazionale (19,1% contro 14,2%), ma grazie soprattutto alla quota molto elevata di Milano (29,5%). La provincia di Pavia è comunque, dopo appunto Milano e Monza e Brianza, tra i territori (assieme a Varese e Lodi) nei quali lo smart working è più diffuso, e anche tra quelli in cui tra il 2023 e il 2024 si è avuto il maggior incremento del numero di lavoratori coinvolti, che sono aumentati di oltre cinquemila unità, raggiungendo i 37.617. Un incremento di oltre due punti percentuali - oltre il quadruplo dell’aumento medio, tanto in Lombardia che in Italia - che attesta una sempre maggiore diffusione. Le elaborazioni di Uil Lombardia sull’indagine Istat riguardano poi la ripartizione tra utilizzo per la maggior parte dei giorni del lavoro da remoto, e quello invece occasionale. In provincia di Pavia un 58% ha usufruito di qualche giorno a settimana di lavoro agile, il restante 42% lo ha fatto per la maggior parte del tempo. Sono le donne a utilizzare maggiormente la modalità del lavoro da remoto: a questo proposito il dato regionale indica che nel 2024 ha interessato il 20,9% delle donne occupate in Lombardia contro il 17,7% degli uomini, con un divario di 3,2 punti percentuali. La Uil sottolinea:«La differenza di genere è presente anche in Italia, ma risulta più contenuta. Le donne lombarde costituiscono oltre la metà degli occupati che lavorano da casa, pur rappresentando una quota inferiore dell’occupazione complessiva». Istruzione e professioni L’indagine Istat mette poi in evidenza «una relazione molto forte con il livello di istruzione. Ha lavorato da remoto almeno qualche giorno il 29% degli occupati con titolo elevato, contro il 10,9% dei diplomati e il 3,3% di chi possiede un titolo basso. In Lombardia la quota tra i laureati arriva al 39,4%; nel Comune di Milano raggiunge il 56,1%. La distribuzione settoriale è altrettanto selettiva. Informazione e comunicazione raggiunge il 60,2%, finanza e assicurazioni il 43,7%, attività professionali, scientifiche e tecniche il 36,9%. Manifattura, sanità, ristorazione e numerosi servizi alla persona restano su livelli molto più bassi perché richiedono presenza fisica, impianti, relazione diretta o turnazioni». L’intensità del lavoro da remoto dipende anche dal tipo di professione: «Le quote più elevate riguardano attività intellettuali e specialistiche, lavoro esecutivo d’ufficio, professioni tecniche e dirigenza – nota Uil Lombardia – nei lavori operai, agricoli e non qualificati il ricorso al lavoro da casa è residuale. Questa frattura non dipende dalla disponibilità individuale, ma dalla natura del processo produttivo e dalla posizione professionale».
Sempre più smart worker: in provincia di Pavia sono 38mila
Rapporto Uil-Istat: cresciuti di oltre 5mila nel 2024, il 15% degli occupati ne ha usufruito per almeno un giorno a settimana








