Villanterio. Nel cuore della bassa Pavese, dove si incrociano le strade Pavia-Lodi e Milano-Piacenza, Villanterio è un paese di confine. Poco più di 3.300 abitanti di cui quasi il 25% è straniero. A una ventina di chilometri da Pavia e non lontano da Lodi, con l’Oltrepò e i grandi poli logistici di Santa Cristina e del Piacentino a breve distanza sulla trafficata ex statale 412 che attraversa ancora il paese. Una posizione “strategica” che negli anni ha favorito l’arrivo di nuove famiglie, attirate anche da case dai prezzi più accessibili rispetto ai centri urbani maggiori, come Pavia e Lodi per l’appunto. Famiglie arrivate negli ultimi vent’anni, quando il paese è cresciuto di 500 abitanti, «ma tante persone le vediamo, però non vivono il paese nei suoi bar e luoghi di ritrovo» spiegano alcuni pensionati nel bar Sport, il più affollato nel bollente pomeriggio di ieri (17 luglio). I numeri raccontano una comunità che è cambiata nel tempo. Secondo l’Istat nel 2025 su circa 3.360 residenti, gli stranieri sono 770, pari al 22,9 per cento della popolazione: nel 2006, vent’anni fa, la popolazione straniera era il 5,5% del totale e tra l’altro il paese aveva quasi 500 abitanti in meno. Tra gli attuali residenti a Villanterio le persone di origine nordafricana sono circa 180, poco più del 5 per cento degli abitanti complessivi. La componente più numerosa è quella egiziana, con circa 155 residenti, mentre sono più contenute le presenze provenienti da Marocco, Tunisia, Algeria e altri Paesi del Nord Africa. È in questo contesto che il tema della presenza straniera torna al centro delle discussioni dopo la notizia sulla possibile radicalizzazione di una 17enne residente in paese. Non ci sono stati blitz evidenti. Però ieri pomeriggio la notizia dell’arresto ha iniziato a circolare anche in paese. Un paese trafficato, con la ex statale 412 che passa proprio vicino al municipio e all’incrocio principale, ma dove la vita sociale si concentra in pochi luoghi. Il Lambro meridionale che scorre in centro paese, qualche ragazzino (alcuni con la maglia del Marocco) sui gradini ombreggiati dell’elegante municipio, dall’altra parte del fiume qualche capannello al bar e in tabaccheria. Il caldo di una giornata di sole pesa sulle strade del centro, con poche persone a piedi. Al bar Sport, gestito da una famiglia cinese e proprio sull’incrocio principale, il pomeriggio scorre tra una partita a carte e le battute dei clienti affezionati. Sul tavolo della scopa d’assi volano le carte, ma anche qualche colorita parolaccia in dialetto, quelle espressioni che fanno parte del rituale di una sfida tra amici più che di un vero sfogo. Tra una presa contestata e una mano giocata fino all’ultima carta, la conversazione finisce inevitabilmente anche sul tema degli stranieri e dell’arresto della 17enne aspirante jihadista. «Stranieri? Qui ce ne sono tanti, ma di persone radicalizzate non sapremmo dire» commentano alcuni pensionati seduti al bar. Una risposta che fotografa una realtà fatta di conoscenza diretta e di vita di paese: gli stranieri ci sono, sono visibili, ma il fenomeno della radicalizzazione appare lontano dall’esperienza quotidiana di molti residenti. Tra chi vive da anni a Villanterio c’è anche Walid Amin, egiziano, muratore in proprio, arrivato in Italia trent’anni fa.«Credo in Allah, ma il nostro testo sacro e Dio ci dicono che è sbagliato uccidere. Le culture si devono integrare» racconta.
Lo snodo della Bassa Pavese: qui uno su quattro è straniero
Affitti bassi e lavoro nelle logistiche hanno fatto aumentare i residenti








