Calore o rigore, cautela o deferenza: nelle conversazioni con Claude il profilo dei valori espressi cambia anche con la lingua. Secondo Francesco Branda, professore e ricercatore dell’Unità di Statistica medica ed Epidemiologia molecolare dell’Università campus bio-medico di Roma, il dato apre una questione che supera la traduzione e riguarda rappresentanza culturale, addestramento e governance dell’intelligenza artificiale

L’intelligenza artificiale viene spesso presentata come uno strumento neutrale, capace di elaborare informazioni e restituire risposte sulla base di dati e probabilità. Ma è davvero così? Uno studio pubblicato nei giorni scorsi da Anthropic ha mostrato come Claude, uno dei principali modelli linguistici oggi disponibili, possa esprimere registri valoriali differenti a seconda della lingua utilizzata dall’utente, aprendo interrogativi che vanno ben oltre gli aspetti tecnici e chiamano in causa il rapporto tra linguaggio, cultura e algoritmi. Ne abbiamo parlato con Francesco Branda, professore e ricercatore dell’Unità di Statistica medica ed Epidemiologia molecolare dell’Università campus bio-medico di Roma, per approfondire le implicazioni di questa ricerca e riflettere su una questione destinata ad assumere un peso crescente nello sviluppo dell’intelligenza artificiale: fino a che punto i modelli linguistici riescono davvero a essere culturalmente neutrali?