Dieci anni dopo il lodo arbitrale dell’Aia, la dichiarazione congiunta firmata anche dall’Italia segna un nuovo passaggio nella competizione strategica nel Mar Cinese Meridionale. Matteo Piasentini (Diliman Un.) spiega perché il vero nodo non è più la sentenza del 2016, ma la coalizione internazionale che oggi si raccoglie attorno ad essa
A dieci anni dalla sentenza con cui il Tribunale arbitrale dell’Aia demolì le rivendicazioni marittime della Cina nel Mar Cinese Meridionale, la vera novità non è tanto il contenuto del lodo – che Pechino continua a respingere integralmente – quanto il ruolo che quella decisione sta assumendo nell’architettura strategica dell’Indo-Pacifico. La dichiarazione congiunta diffusa da Stati Uniti, Australia, Canada, Francia, Germania, Italia, Giappone, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Regno Unito e Filippine non si limita infatti a commemorare il decennale dell’arbitrato del 2016. Di fatto, riafferma il valore dell’Unclos, richiama la natura giuridicamente vincolante della sentenza e invita la Cina a conformarsi al diritto internazionale, trasformando quel pronunciamento in un riferimento politico condiviso da una coalizione sempre più ampia di Stati.
La risposta di Pechino non si è fatta attendere. Il ministero degli Esteri ha ribadito che il lodo è “illegale, nullo e privo di qualsiasi effetto vincolante”, accusando i firmatari di interferire in una controversia che considera esclusivamente bilaterale tra Cina e Filippine. Parallelamente, la tensione si è spostata anche sul terreno della propaganda. China Daily, quotidiano vicino al Partito comunista cinese, ha diffuso un video realizzato con l’intelligenza artificiale in cui le Filippine vengono rappresentate come una scimmia manipolata da Stati Uniti e Giappone e spinta ad affrontare la Cina nel Mar Cinese Meridionale. Manila ha definito il contenuto “disumanizzante e razzista”, denunciandolo come un esempio di “propaganda spregevole” incompatibile con il comportamento di uno Stato responsabile.










