di

Lele Adani

Le due squadre meritano di essere in finale: De la Fuente ha accompagnato la crescita dei suoi ragazzi, per gli argentini il calcio è rifugio da una società instabile

Argentina e Spagna meritano la finale del Mondiale. Sia per quello che hanno mostrato sul campo di gioco, giocando peraltro semifinali memorabili, sia per quello che in quel campo hanno portato: identità, spirito, coraggio. La Spagna vive il suo calcio, quello modellato su ispirazione di Cruyff e Guardiola, quasi senza curarsi di quel che avviene fuori da esso. Le giovanili iberiche hanno la stessa volontà di dominare la partita come ce l’ha la Nazionale maggiore, e se non arriva la vittoria subito arriva lo spirito che accompagna i vincenti. Non a caso mettono in campo due ragazzi del 2007 Pau Cubarsì, protagonista di uno splendido torneo, e Lamine Yamal che insieme perdevano una semifinale di un Europeo under 17 tre mesi prima di essere lanciati in blaugrana da Xavi e poco dopo nella selezione nazionale dei grandi, senza sentire emotivamente il passaggio. Quel gioco l’hanno dentro anche i Pedro Porro, gli Oyarzabal, i Mikel Merino, i Baena, che magari in altre Nazionali passerebbero inosservati, mentre nella Spagna sono pezzi chiave. In campo, a dirigere le operazioni c’è il Pallone d’oro più criticato degli ultimi anni, Rodri. Tutta gente lontano da copertine e prime pagine, però tremendamente determinanti in campo.