Non si diventa Bad Bunny dall'oggi al domani. Prima posi in underwear per Calvin Klein. Diventi un meme mondiale quando scopri di aver vinto il più importante dei Grammy Awards. Poi vieni criticato da Donald Trump, che definisce la tua esibizione al Super Bowl uno "show disgustoso". Solo dopo puoi riempire gli stadi di mezzo mondo. E fare doppietta all’Ippodromo Snai La Maura di Milano, entrando di diritto nella lista dei concerti più attesi dell’anno. Ma prima dei record, dei Grammy e dei riflettori, c'era Benito Antonio Martínez Ocasio. E forse, per raccontare la sua ascesa, bisogna partire proprio da lì. Da Vega Baja, Porto Rico. Un quartiere qualunque, una famiglia qualunque. Nessun artista in casa. Il padre camionista, la madre insegnante, oggi in pensione. La musica c'è sempre stata, le possibilità meno.

Nel 2016 Benito lavora come cassiere in un supermercato vicino casa. Mentre imbusta la spesa, registra canzoni e le carica su SoundCloud. Un po' per gioco, un po' perché quel sogno non ha mai smesso di tenerlo vivo. Poi succede quello che, visto da fuori, sembra solo fortuna. La sua musica inizia a girare tra le strade di Porto Rico. Arriva negli Stati Uniti. Poi, nel resto del mondo. Ma ridurre tutto a una serie di numeri sarebbe il modo più sbagliato per raccontarlo. Perché il successo è arrivato insieme a qualcosa di più grande, riuscendo a trasformare la musica latina in un linguaggio universale, senza mai snaturarla. Non ha cambiato lingua per conquistare il mondo. È stato il mondo a imparare la sua. Ed è questo percorso che lo ha portato a partire con il ‘DeBÍ TiRAR MáS FOToS World Tour’, arrivato in Italia con due date sold out all'Ippodromo Snai La Maura di Milano. La prima, quella di ieri. Dove è andata in scena una festa, senza regole precise. Eccetto per il dress code. Dentro l'Ippodromo c'erano bandane e bandiere di Porto Rico ovunque, cappelli da cowboy, occhiali luccicanti, glitter. C'è chi è arrivato dall’appartamento in affitto nel quartiere San Siro, e chi ha preso un volo dall’America Latina. Tutto per vivere un sogno, per una notte. E magari per essere scelti di entrare nella Casita. La riproduzione di una tipica casa portoricana, diventata il simbolo di questo tour. Quella stessa Casita finita anche al centro di una causa legale intentata dal proprietario dell'abitazione originale, che accusa l'artista di averne utilizzato l'immagine senza autorizzazione. Quella stessa Casita che a Madrid ha visto dentro anche Chiara Ferragni e Carlos Alcaraz. Ma stasera, almeno per il pubblico, rappresenta tutt'altro. È casa. È Porto Rico. È il centro dello show. Bad Bunny è l'amico che alla festa ti trascina in pista anche se gli dici che non sai ballare. Ma è anche quello che, tra una canzone e l'altra, riesce a parlarti di casa, identità, appartenenza. Ti fa muovere il bacino e, senza che tu te ne accorga, ti ritrovi a riflettere. È questa la forza del suo live e dei suoi album. Sotto i ritmi del reggaeton, della salsa, di musica che fa pensare all’estate, alle vacanze, alla vida loca, Bad Bunny nasconde sempre qualcosa. Come con ‘NUEVAYoL’, che all'apparenza sembra una dichiarazione d'amore a New York, ma che in realtà è dedicata ai portoricani emigrati, a chi ha lasciato l'isola senza mai smettere di sentirla casa. Del resto è questo il concetto a cui ruota attorno ‘DeBÍ TiRAR MáS FOToS’. Una lunga lettera d'amore a Porto Rico e al suo popolo. Un disco che parla della sua terra, dove Benito denuncia la gentrificazione, la speculazione immobiliare e un turismo sempre più invasivo che rischia di cambiare il volto della sua Isola. Ma lo fa senza interrompere la festa. Anzi, trasforma temi pesanti in canzoni che fanno ballare tutti. Non predica, non giudica. Racconta. E il concerto segue questa stessa filosofia.