Il tema del debito sembrava scomparso. Le Borse corrono, le banche macinano profitti e i mercati finanziari descrivono un mondo assai più frizzante dell’economia reale. In questi giorni l’economista Carlo Cottarelli, in un paio di articoli sul Corriere della Sera, lo riporta sotto i riflettori, ricordando che il debito pubblico italiano ha raggiunto 3.150 miliardi, circa il 137% del Pil.
Usa una metafora efficace: un debito elevato è come un pavimento cosparso di benzina. La casa non brucia necessariamente, ma basta un fiammifero perché prenda fuoco. In sostanza il debito non produce automaticamente una crisi, ma aumenta la vulnerabilità del paese, e sottrae risorse ad altri impieghi. La sua ricostruzione comincia ad essere discutibile quando dalla fotografia passa alla storia. Secondo Cottarelli, negli anni Settanta la spesa sarebbe aumentata per garantire la «pace sociale» – con tanto di richiamo alle Brigate rosse – senza un corrispondente incremento delle tasse.
La crisi di un modello di sviluppo diventa una storia di prodigalità pubblica. Negli anni Settanta la spesa italiana restava inferiore a quella di Francia, Germania e Regno Unito. Il debito crebbe perché l’Italia spendeva meno dei principali concorrenti, ma tassava ancora meno. E questa insufficienza non era socialmente neutra. Tra il 1976 e il 1984 il rapporto tra quanto le famiglie versavano al fisco e quanto ricevevano aumentò quasi del 20%, quello delle imprese scese nella stessa proporzione, grazie soprattutto alla fiscalizzazione degli oneri sociali e ai contributi alla produzione.






