<p>Il settore dei servizi può diventare la nuova frontiera del <strong>private equity italiano</strong>.
A sostenerlo è <strong>Francesco Fumagalli</strong>, founding partner di <strong>Koinos Capital sgr</strong>, secondo cui c’è ancora un grande potenziale inespresso, nonostante sia un comparto da circa <strong>mille miliardi di euro l’anno</strong>, pari al 58% del valore aggiunto nazionale e con 16,9 milioni di occupati.
«L’economia italiana ha un cuore che spesso resta nell’ombra del racconto pubblico», dice Fumagalli, spiegando che «mentre l’attenzione si concentra sulla manifattura, i servizi sono diventati il principale <strong>motore di crescita del Paese</strong>: negli ultimi 30 anni il settore è aumentato del 43%, mentre la manifattura è rimasta sostanzialmente stabile». </p> <p>Il limite principale è però la <strong>frammentazione</strong>.
In quasi tutti i segmenti del comparto, i primi cinque operatori coprono meno del 30% del mercato, mentre il resto è distribuito tra centinaia di imprese locali.
«Sono aziende solide, con competenze e radicamento territoriale, ma spesso operano isolate, sostenendo singolarmente costi per tecnologia, compliance e marketing senza poter beneficiare di economie di scala». </p> <h2><strong>L'impatto dell'intelligenza artificiale e la necessità di aggregazione</strong></h2> <p>Una situazione che rischia di diventare ancora più critica con l’accelerazione tecnologica: «L’<strong>AI</strong> sta trasformando i <strong>servizi knowledge-intensive</strong> con una discontinuità paragonabile alla meccanizzazione industriale.







