Il nuovo piano sulle missioni internazionali conferma il Mediterraneo allargato come principale area strategica per l’Italia e segnala la crescita delle operazioni bilaterali, accanto a quelle Nato, Ue e Onu. Fabrizio Coticchia evidenzia diversi nodi ancora aperti, dai ritardi dell’iter parlamentare alle missioni controverse in Libia, Tunisia e Sahel, fino al futuro della presenza italiana in Libano, Iraq e nello Stretto di Hormuz
La relazione annuale sulle missioni internazionali conferma la centralità del Mediterraneo allargato nella politica estera e di difesa italiana, insieme alla crescita delle operazioni bilaterali. Restano però aperte questioni politiche, operative e procedurali, dalla situazione in Libia e nel Sahel al futuro della presenza italiana in Medio Oriente. Airpress ne ha parlato con Fabrizio Coticchia, professore di Scienza politica all’Università degli Studi di Genova.
Qual è il quadro complessivo delle missioni internazionali italiane previsto dal nuovo piano?
Il governo ha presentato a maggio due documenti, uno dedicato alle nuove missioni e uno relativo al rinnovo di quelle già in corso. Le novità sono tre. Si tratta di due missioni militari bilaterali, una in Iraq e una in Somalia, e di una missione della Guardia di Finanza in Tunisia. Nel complesso si arriva a circa quaranta missioni, ventisei delle quali multilaterali. Tredici si svolgono nell’ambito dell’Unione europea, nove della Nato e quattro delle Nazioni Unite. A queste si aggiungono circa quattordici missioni bilaterali.







