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«I simboli hanno un significato e valore indiscutibile. Sono stata una delle testimoni oculari dell’agenda rossa appartenuta a mio padre. La sua sottrazione dal luogo della strage non può fermare la ricerca della verità. Solo pensare che la sparizione di questo importantissimo reperto possa rendere impossibile la ricerca della verità rischia di far cadere nella disperazione, intesa come mancata speranza che questa storia possa essere ricomposta. Significa vanificare gli sforzi che le istituzioni sane di questo Paese hanno compiuto e stanno compiendo il giorno dopo giorno. Penso a questa procura che ci ospita, penso alla procura di Caltanissetta e alla Commissione parlamentare antimafia che ci ha spalancato le porte sulla nostra richiesta». Sono le parole di Lucia Borsellino, figlia del giudice ucciso 34 anni fa in via D’Amelio, ricordando il padre dinanzi a magistrati, autorità civili e militari in una gremita aula magna della Corte d’appello di Palermo.
«Nonostante non amiamo essere soggetti pubblici in quanto suoi figli, non possiamo esimerci nè intendiamo sottrarci nel pieno rispetto delle istituzioni che è il faro che ha sempre ideato l’operato di nostro padre. Non possiamo nè intendiamo esimerci dal fare la nostra parte. Fare la nostra parte, anche quando la nostra voce può risultare insidiosa rispetto all’esigenza imprescrittibile, non di conoscere una verità, ma l’effettivo corso di come si è svolta questa storia maturata sia prima che dopo le stragi che hanno messo in ginocchio il nostro paese».











