Se il calcio è metafora di una battaglia, con strategia, tattica e iniziativa personale, è difficile che possa rimanere al di fuori delle passioni della storia in nome dei valori dello sport. La semifinale mondiale Argentina-Inghilterra lo ha dimostrato, combattuta al di là della carica agonistica della partita e con i valori aggiunti della rivincita e della politica internazionale. I sudamericani hanno ribaltato il risultato e poi esposto in barba a ogni regolamento uno striscione che rimetteva al centro del campo e dell’attenzione il confronto sulle isole Malvinas, o Falkland, dove nel 1982 divampò la breve guerra (74 giorni) terminata con la sconfitta del regime militare del generale Leopoldo Galtieri e la conferma del dominio coloniale britannico sulle isole rivendicate da Buenos Aires da quasi duecento anni.

Ad Atlanta «Las Malvinas son Argentinas», come se il tempo si fosse fermato. Al Mundial di Spagna l’Italia affrontò l’Argentina di Maradona il 29 giugno, due settimane dopo la resa militare a Port Stanley, e la lady di ferro Margareth Thatcher alla vigilia esortò il presidente della Repubblica Sandro Pertini a battere la squadra albiceleste, che aveva tutti i favori del pronostico rispetto all’undici di Enzo Bearzot. Il capo dello Stato replicò tagliente: «Certamente non con i vostri metodi». Claudio Gentile annullò Maradona con una marcatura implacabile, l’Italia vinse e poi, battendo Brasile, Polonia e Germania, divenne campione del mondo. Ma il nodo delle isole contese da allora non è stato mai sciolto: è rimasto a sonnecchiare in attesa di tempi migliori.