“Pragmatica” transizione di premier nel Regno Unito. Già costretto a lambire ferite calcistico-coloniali riacutizzate dalla cocente – e cogente – sconfitta ai mondiali di calcio targa Trump, il paese assiste all’odierna nomina ufficiale al vertice di Andy Burnham, ultima carta/spiaggia del Labour contro l’ascesa delle destre. Sfrattato da Downing Street, detronizzato dal suo stesso partito in extremis dopo una fanfarona vittoria alle politiche del 2024 prima che questa si rovesci – almeno nei sondaggi – in un temuto trionfo elettorale del Reform Uk di Nigel Farage nel 2029, Keir Starmer sgomitolava ieri mesto gli ultimi scampoli del ruolo.

Se ne va, Starmer, nazionalizzando la siderurgia, una cosa annunciata oltre un anno fa dal governo per evitare i quattromila licenziamenti dallo stabilimento di Scunthorpe minacciati dall’ex-proprietario cinese, la Jingye. L’ebbro aroma socialisteggiante dell’operazione non va confuso con il dichiarato movente del premier uscente: quello di tutelare – sempre in modo pragmatico – l’interesse nazionale. Gesto al quale fa da contraltare, sul fronte estero, l’incontro a Kiev con Zelensky il quale, tra un rimpasto e l’altro, si è premurato di ricambiare il ruolo che “Sir Keir” aveva ereditato da Boris Johnson – quello di principale puntello europeo della resistenza ucraina all’aggressione russa – elogiandolo a sangue e insignendolo di una commovente (per Starmer) onorificenza di feroce paladino della libertà.