Per mettere le mani sul “pezzo di carta” bastava pagare. Il tariffario pubblicizzato sul web e sui social, del resto, era chiaro: 1.500 euro per ogni anno accademico. Dipendenti pubblici e privati, ma anche candidati a concorsi e procedure selettive, mettendo mano al portafogli accarezzavano così il sogno di un miglior punteggio in graduatoria o di un avanzamento. Le pergamene, le firme dei docenti, le foto di rito dopo la seduta pubblicate su Facebook e persino un inconsapevole testimonial d’eccezione, il comico Pippo Franco, sembravano una garanzia. Appunto, sembravano. La realtà, invece, è che decine di studenti si sono ritrovati nella rete della truffa delle lauree facili. L’ente al quale si erano rivolti, l’Uniposst, Università popolare degli studi sociali del turismo, era infatti un ateneo fantasma, privo di qualsiasi accreditamento del Ministero dell’Università e della Ricerca.

La segnalazione A scoperchiare il vaso di Pandora sono stati i militari della guardia di finanza che, sulla scorta di una segnalazione presentata dal Miur, hanno fatto luce su un raggiro a cinque zeri iniziato nel 2018. A sigillare l’indagine, il blitz messo a segno negli uffici del sedicente ateneo, nel Centro Direzionale, con il sequestro dei certificati di laurea triennale e magistrale apparentemente conseguiti, oltre all’acquisizione di centinaia di faldoni che potrebbero presto aprire le porte a nuovi risvolti investigativi. Oscurati anche il sito web e le pagine social di Uniposst. Le indagini sono state condotte dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Napoli e coordinate dal sostituto Luigi Landolfi e dall’aggiunto Giuseppina Loreto della sezione Pubblica amministrazione della Procura partenopea. Dall’inchiesta è emerso che a gestire la fabbrica del falso era una cerchia familiare, al vertice della quale c'era Vladimiro Ariano, 86 anni, originario di Marzano di Nola, che si presentava come Rettore e Presidente del Cda dell’ente. Al suo fianco, con ruoli ben definiti e cristallizzati dalle indagini, il cerchio magico composto da tre fedelissimi: i figli Francesco, vicepresidente e direttore didattico, e Salvatore, segretario generale, oltre a Maria Giovanna Ianniciello, che figurava come socio e consigliere. L’offerta La struttura promuoveva sul web un'offerta formativa accattivante: corsi di laurea triennale e magistrale in Sociologia e Scienze turistiche a costi accessibili. Per rassicurare i candidati, venivano pubblicati video promozionali e reel pubblicitari. Chi decideva di iscriversi pagava regolarmente tasse universitarie e rette d’immatricolazione su conti correnti riconducibili all'ateneo, ignaro - o in molti casi, come ipotizzano gli inquirenti, fin troppo consapevole - del fatto che quel pezzo di carta non avrebbe avuto alcun valore legale. Le indagini, nate da una segnalazione del Ministero dell’Università e delegate al Nucleo Pef, hanno portato alla luce una fitta rete di clienti da Nord a Sud. I “laureati” dell'Uniposst provenivano infatti Perugia, Avellino, Caserta, Roma, Sorrento, Conegliano, ma anche Trieste e Bologna. Una vicenda stigmatizzata ieri senza esitazione dal ministro dell’Università, Anna Maria Bernini: «C'è chi dedica anni allo studio e affronta sacrifici. E c'è chi prova a trasformare tutto questo in una truffa. È inaccettabile», aggiungendo che «le segnalazioni presentate dal Miur nel 2024 stanno producendo risultati concreti. Lo Stato c'è e tutela il diritto a una formazione di qualità». Il modus operandi era collaudatissimo. I certificati Nelle chat e nelle mail esaminate, i finanzieri hanno trovato bozze dei certificati, domande di immatricolazione in bianco pronte per essere compilate e pergamene pronte per la stampa. Tra i titoli rilasciati persino roboanti lauree honoris causa in “Gestione e promozione di eventi socio-culturali” o “Scienze e tecniche della ristorazione”. E tra i laureati honoris causa figurava anche il celebre comico Pippo Franco, che non figura però tra i 37 indagati, il quale il 16 aprile 2016 aveva ricevuto il titolo in Scienze della Comunicazione. L’inganno era reso ancora più insidioso dall’apposizione sui documenti del sigillo contraffatto della Regione Campania. Un espediente usato per attribuire una parvenza di ufficialità pubblica a diplomi di laurea che, per la legge, sono a tutti gli effetti atti falsi e inesistenti. Nel provvedimento di sequestro preventivo il gip Valentina Giovanniello evidenzia come la libera disponibilità di quei falsi titoli rappresenti un pericolo concreto: c'è il rischio imminente che i beneficiari delle lauree fantasma possano spenderle nel mercato occupazionale, partecipando a concorsi pubblici o raggirando ignari datori di lavoro nel settore privato. Da qui il carattere d’urgenza del sequestro. Per i membri della famiglia Ariano le accuse sono pesantissime: associazione per delinquere, falso materiale e contraffazione di pubblici sigilli. Per gli oltre trenta “clienti” sparsi per l'Italia, invece, scatta il concorso in falso. Intanto la fabbrica dei dottori fantasma del Centro Direzionale è stata però definitivamente chiusa.