Il maschile non è neutro. È da questa consapevolezza che parte il disegno di legge 1752 depositato dalla senatrice del Partito democratico Valeria Valente, che mira a introdurre disposizioni in materia di linguaggio non discriminatorio in ambito giuridico e amministrativo. Il linguaggio comune e tecnico, si legge nel ddl, è ancora incapace di rappresentare adeguatamente le donne e, dunque, di dare piena applicazione al principio di uguaglianza sancito dalla Costituzione.
Il maschile è esclusivo. Lo sa bene Rosanna Oliva de Conciliis, giurista e presidente di Rete per la parità, il cui ricorso dopo la laurea – contro l’esclusione da un concorso alla carriera prefettizia, per mancanza del requisito di appartenenza al sesso maschile – ha aperto i concorsi pubblici anche alle donne. Occorre «far uscire le donne dall’invisibilità che ci perseguita in tanti ambiti», ha aggiunto.
Le donne, nei codici e nelle leggi, non vengono nominate né riconosciute. Addirittura all’articolo 583-bis del codice penale, “Pratiche di mutilazione genitale degli organi femminili”, la donna è denominata «cittadino italiano» o «straniero residente in Italia». «Questo processo di cancellazione linguistica ha contribuito alla costruzione e al consolidamento degli stereotipi di genere e, al tempo stesso, è stato da essi alimentato, stereotipi che rendono le donne assenti nelle cariche pubbliche e professionali», si legge nel ddl.











