Lo scaffale

Mario Lavia

Powered by

Tutti conosciamo “Rebecca la prima moglie” di Daphne du Maurier, da cui Alfred Hitchcock trasse uno dei suoi grandi capolavori con Laurence Olivier e Joan Fontaine. Si può adesso leggere, o rileggere, questo bellissimo romanzo nella tradizione di Marina Morpurgo per Il Saggiatore, e apprezzarne tutto il valore letterario. Perché Daphne du Maurier fu davvero una grande scrittrice inglese che ebbe nel Novecento un grande successo, in parte dovuto al grande “Hitch” che oltre “Rebecca” mise sullo schermo “La taverna della Giamaica” e soprattutto “Gli uccelli”. Questo romanzo, classificato al suo apparire come una storia sentimentale, è invece non solo un “giallo”, come lo interpretò, secondo le sue corde, Hitchcock, ma un romanzo di denuncia, oggi diremmo del maschilismo imperante all’epoca (e non solo all’epoca…).

Il personaggio principale, Maxim De Winter, è un ricchissimo e distinto vedovo: Rebecca, la prima moglie, è morta in mare. Questa donna ci viene fatta apparire come un essere inquietante ma di cui in realtà non sappiamo nulla. «Non era innamorata di nessuno, disprezzava tutti gli uomini, era superiore a queste cose», dice di lei la tenebrosa governante, la signora Danvers. Rimasto solo, De Winter intreccia una storia con una ragazza molto semplice, che non ha nome – dopo il matrimonio con Maxim la si cita come Mme De Winter: evidentissimo la scarto tra lo status di lui e quello di lei, diventata padrona della lussuosissima, enorme dimora di Manderley, in Cornovaglia.