A chi guarda dallo schermo, la Sinner (spot)mania può sembrare un po’ surreale. Ma è solo una fase acuta di una malattia cronica del marketing. Da Carosello in avanti il settore ha scommesso sulle celebrità, Mina per la pasta, Del Piero per l’acqua minerale, Gerry Scotti per l’omonimo riso e ora l’ubiquo tennistaMentre Jannik Sinner giocava per il suo secondo Wimbledon consecutivo, nelle pause aveva scolato pasta, spolverato parmigiano, elogiato caffè, guidato automobili, consigliato integratori e connessioni internet, indossato orologi e alta moda. Sinner ha al momento collaborazioni con una quindicina di marchi circa che gli fruttano circa trenta milioni all’anno, più dei montepremi. È ora 50esimo nella speciale classifica degli sportivi più pagati dagli sponsor di Forbes. A chi guarda dallo schermo, Gianluca DiegoliConsulente, docente e autore. Si occupa di connessioni tra marketing, digitale, cultura e società. Ha scritto Seguimi! e Svuota il carrello (Utet). Cura dal 2004 la newsletter Minimarketing e insegna all’Università IULM. Si divide emotivamente e logisticamente tra l'Emilia e Milano.
Effetti alone e brand: l’ubiquità di Sinner negli spot funziona?
A chi guarda dallo schermo, la Sinner (spot)mania può sembrare un po’ surreale. Ma è solo una fase acuta di una malattia cronica del marketing. Da Carosello in avanti il settore ha scommesso sulle celebrità, Mina per la pasta, Del Piero per l’acqua minerale, Gerry Scotti per l’omonimo riso e ora l’ubiquo tennista









