Il rapporto tra tennis e champagne non si può liquidare come semplice sponsorizzazione nel mondo del marketing. Si tratta di un’affinità elettiva che nasce proprio sui campi delle tenute nobiliari ed è scritto nella catena del Dna di uno sport che nasce old money. Fin dalla sua nascita, quando da jeu de paume giocato in monasteri e abbazie, è stato poi adottato dalla corte di Versailles e da allora in poi è rimasto ammantato di un alone di nobiltà che si condensa delle candide divise di Wimbledon.
Più antico e unico di tutto il circuito a giocarsi su erba, Wimbledon è il torneo dei record e lo conferma da oltre un secolo sotto ogni punto di vista, persino quello delle bottiglie di Champagne stappate: circa 24.500 nei giorni del torneo. L’unico al mondo in cui ha un senso un annuncio del genere: "Ladies and gentlemen, please don't pop Champagne corks just as the players are about to serve," aveva ammonito l’arbitro di sedia Alison Hughes, nella finale dell’anno scorso quando era atterrato un tappo ai piedi di Sinner che si preparava a battere. Ma niente era riuscito a distrarlo dall’obiettivo e anzi, tenendosi stretta la coppa sormontata dall’ananas, Jannik aveva citato l’episodio per sottolineare quanto questo torneo resti una straordinaria eccezione.








