Il progetto dello scudo antimissile fa perno sul know-how di Kiev e punta a ricostruire la base industriale della difesa aerea europea, in alternativa ai Patriot USA. Ma su opportunità, tempi e finanziamenti ci sono dubbi. Mentre l’escalation missilistica russa uccide sempre più civili, in Ucraina.
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Il progetto Freya per lo scudo antimissile europeo è l’ultima conseguenza dell’invasione russa dell’Ucraina e tra le prime ricadute dello smarcamento degli Stati Uniti di Donald Trump dagli alleati NATO. Prevede un’integrazione dei sistemi di difesa aerea già esistenti nei diversi Stati dell’Unione e conta sull’esperienza industriale bellica di un Paese che dell’Unione non fa parte ma che è diventato un’autorità su come ci si difende dagli attacchi missilistici: il progetto è infatti guidato dall’azienda ucraina Fire Point.
La presenza dell’Ucraina è un asset strategico di questa coalizione. Il cui primo obiettivo in ordine di tempo è però tattico e urgente: aiutare gli ucraini a contrastare i sempre più intensi e dolorosi bombardamenti russi. La licenza di produrre per conto proprio i sistemi statunitensi Patriot, concessa a Kiev da Trump a margine del summit NATO di Ankara, non basta. La coalizione Freya mira a sviluppare entro fine anno un intercettore meno costoso di quelli americani, integrando radar, seeker e sistemi di guida forniti da aziende europee. Prima i numeri, poi la qualità “I Patriot sono eccellenti, ma l’Ucraina ha bisogno soprattutto di aumentare il numero delle batterie di difesa aerea con un munizionamento adeguato, qualsiasi sia il sistema”, spiega a Fanpage.it William Alberque, per anni direttore dello Strategy, Technology and Arms Control dell’ONU e oggi accademico del Pacific Forum. “Se dovessi scegliere tra mille sistemi europei e cento Patriot, sceglierei i mille sistemi”.











