di
Virginia Piccolillo
L'ex ministro delle Pari Opportunità sull'emendamento alla legge elettorale che riguardava le preferenze
ROMA - Aveva lanciato un appello contro le preferenze convinta che riducano la presenza di donne in lista. E su quell’emendamento il governo è andato giù. Elena Bonetti, da presidente di Azione ed ex ministro delle Pari opportunità, pensa che sia andato in scena il tradimento di pezzi della coalizione o la rivalsa delle donne?«Non voglio dire, ma, il tema ieri in aula è esploso. In maniera davvero trasversale. Perché il governo ha sommato due errori».Quali?«L’appello scritto assieme a colleghe, anche di maggioranza (Silvana Comaroli Lega, Isabella De Monte Fi, Chiara Gribaudo Pd, e Luana Zanella Avs), invitava a riflettere sul fatto che le preferenze premiando la forza delle reti personali, disponibilità economica e notorietà tendono a penalizzare la presenza femminile. Noi di Azione avevamo proposto metà capilista uomini e metà donne. Ma invece di ripensarci quell’emendamento è stato aggravato».Come?«Togliendo il vincolo sull’equilibrio di genere dei capilista. Quindi ci saremmo potuti ritrovare capilista bloccati tutti uomini e magari tutti uomini anche nei primi posti successivi».Pensa che sia tutto dovuto a un sussulto di salvaguardia dell’uguaglianza di genere? «Il voto è stato segreto. Ma posso dire una cosa. Io mi sono assunta la responsabilità di denunciare quella che sarebbe stata un’onta indelebile, un passo indietro nelle conquiste delle donne. Ed è stato difficile. Ma in aula è poi cambiato il clima».Difficile perché?«Ho avuto molte critiche. Mi hanno detto che le donne, in fondo ce la fanno. Che non siamo panda. Certo che non lo siamo. Ma dobbiamo far sì che altre donne possano competere ad armi pari per emergere. Purtroppo le donne, nel nostro Paese hanno meno potere, soldi, visibilità».Cosa faceva escludere la presenza femminile tra i capilista?«C’è una inerzia di prevalenza maschile in tutti gli incarichi di vertice. Anche qui. Azione ha eletto metà donne e metà uomini in lista, ma in Parlamento solo un terzo sono donne, nei consigli regionali un quarto. Le stesse donne di centrodestra hanno promosso la legge Golfo-Mosca e nei cda sono arrivate dal 6% a oltre 40%. Non che prima non ci fossero. Non venivano scelte».La premier Meloni fa notare che lei, però, ce l’ha fatta. «Noi in Parlamento abbiamo sfondato un tetto di cristallo. Ma le madri costituenti non hanno detto: “Ce l’abbiamo fatta bastiamo noi”. Hanno lottato affinché tutte potessero farcela».Prossimo passo?«Avversare questa legge pericolosa per la democrazia perché rende le coalizioni ricattate dalle ali estreme».Crede che non passerà?«Testardamente hanno portato avanti questo emendamento che nuoceva alle stesse donne del centrodestra. E la botta è stata molto forte».APPROFONDISCI CON IL PODCAST












