Prologo. Qualche anno fa, Checco Zalone andò ospite a un concerto di Jovanotti. Fu irresistibile sul palco, con la folla che squarciagolava “Angela” come fosse non una canzone comica ma un’altra “A te”, e dietro il palco, dove Luca Medici raccontava meraviglie sulle foto incorniciate in casa di Gigi D’Alessio, foto dalle quali era stata tagliata Anna Tatangelo: «La cancel culture a casa D’Alessio».

Scrissi queste stupendezze in un’intervista che pubblicò F e, quando il numero uscì, scoprii l’esistenza di una categoria di infelici che non avevo mai notato fino ad allora: quelli che devono fare i clic.

Quelli che devono fare i clic per un po’ di giorni li fecero con l’indignazione: ero certamente una venduta, una corrotta, una con la schiena non dritta che – in cambio di rotoli di contanti, voglio sperare: sarebbe antipatico apparire corruttibili in cambio d’una magliettacollescritte o d’una foto coi famosi – si era prestata a non scrivere dello scandalo di quel quarto d’ora.

Lo scandalo di quel quarto d’ora era che non so quali ambientalisti avevano accusato Lorenzo Jovanotti di sterminare la fauna con la batteria di “Penso positivo”, o qualcosa del genere. Accusa della quale, in mancanza di corruzione, io avrei senz’altro scritto: tutti sanno quanto mi stiano a cuore i temi cogenti che scadranno prima del latte fresco e le polemiche da un quarto d’ora, e che tra una battuta di Zalone e un predicozzo sull’ambiente sceglierò sempre il secondo.