Non ne servivano dieci o venti, ne bastava uno. Perché poi si ricorda l’esito: accolto o respinto. Sono passate da poco le 19 quando il tabellone della Camera si accende per il responso: l’emendamento di FdI, Noi Moderati e Udc per reintrodurre le preferenze non passa. 188 a 187: la maggioranza si è dissolta e ha votato contro l’indicazione della premier Meloni che solo poche ore prima si era intestata la battaglia.
LA SCONFITTA è plateale. I banchi delle opposizioni esplodono, Elly Schlein e Giuseppe Conte si stringono la mano soddisfatti: la strategia ha funzionato, i rispettivi gruppi sono stati compatti e il governo è andato sotto. Si sollevano i cori: «Dimissioni, dimissioni!» ed «elezioni, elezioni!», accompagnati dalla richiesta più scontata: «Meloni ora salga al Colle e rimetta il mandato, non ha più una maggioranza».
IL CENTRODESTRA aveva vissuto in fibrillazione tutta la giornata. Prima le riunioni di Lega e Forza Italia, che avevano dato mandato di votare Sì in nome del compromesso e della tenuta della maggioranza. Riunioni con tanto di spiegazioni tecniche su quanto poco avrebbe impattato sui due partiti il «modello toscano» proposto da FdI e condite da qualche minaccia neanche troppo velata: «Niente scherzi, qui si parla della tenuta del governo». Ma i dubbi permanevano, anche in FdI: per tutto il pomeriggio si era aggirato per il Transatlantico il ministro Lollobrigida, già capogruppo meloniano nella passata legislatura, in veste di sceriffo per assicurarsi la lealtà dei suoi.










