Robert Musil scriveva che chi possiede il senso della realtà ha anche il senso della possibilità: osservare davvero la realtà significa non accettare il presente come destino, ma riconoscerlo come campo aperto a trasformazioni possibili. È una indicazione utile in questi giorni, appena pubblicato il Rapporto ANVUR, di fronte a un dato che l’università italiana può leggere in due modi opposti. Due milioni di iscritti, un massimo storico, raccontano una crescita reale. Ma dietro l’esuberanza aritmetica si intravedono fragilità che i numeri, da soli, non affrontano: abbandoni ancora elevati, carriere irregolari, squilibri tra aree del Paese, atenei radicati nei territori più fragili che perdono attrattività. Il rischio non è quello di avere pochi studenti, bensì di creare un sistema apparentemente accogliente, in cui l’iscritto si formi senza davvero apprendere.
La distinzione non è retorica. Formare significa trasmettere un sapere codificato, misurabile, riproducibile: necessario, ma da solo insufficiente. Apprendere è un processo più lento e meno lineare che sposta il focus sulla persona: si costruisce nella prova ripetuta, nel confronto con casi concreti, nell’errore corretto sul campo. È l’esperienza, più della sola teoria, a trasformare la nozione in giudizio, e si misura non in crediti accumulati, ma in autonomia acquisita nel tempo. Un sistema che confondesse le due dimensioni rischierebbe di produrre profili più occupabili, ma non necessariamente individui e cittadini più liberi e capaci. E soprattutto svuoterebbe l’università della sua funzione più nobile, quella cioè di infrastruttura di emancipazione, mobilità sociale e cittadinanza.






