Cibo è il nostro inserto mensile che racconta il mondo attraverso ciò che mangiamo. Esce l'ultimo sabato di ogni mese sulla app di Domani e in edicola. In ogni numero svisceriamo un tema diverso con articoli, approfondimenti e commenti: questo mese parliamo di come la lingua della moda si intreccia con quella del settore gastronomico, dalla foodification dei vestiti alle collaborazioni tra grandi chef e maison. Qui troverete man mano tutti gli altri articoli di questo numero. In questa pagina, invece, tutti gli altri articoli di Cibo, che è anche una newsletter gratuita. Ci si iscrive a questo link.
C’è un paradosso generazionale che molte di noi, cresciute a cavallo tra gli anni Novanta e i primi Duemila, stanno osservando con un misto di deja-vu e inquietudine. Pensavamo di aver seppellito l’estetica dell’heroin chic, quella magrezza emaciata resa iconica da Kate Moss, sotto i colpi di anni di battaglie culturali. Ci eravamo illuse che la body positivity, l’avvento delle modelle plus-size sulle copertine e le sfilate aperte a ogni tipo di fisicità avessero finalmente sdoganato un concetto elementare: tutti i corpi hanno il diritto di essere rappresentati.
Poi è arrivato il 2026. E con lui, i dati delle ultime Fashion Week e l’ombra ingombrante di un farmaco nato per il diabete e trasformato nel nuovo “sacro graal” della silhouette: l’Ozempic. Il pendolo della moda è tornato a oscillare pericolosamente indietro, riportando in passerella e sui red carpet uno standard di magrezza estrema che credevamo superato.






