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Per molti anni non è stato molto chiaro cosa fare quando le partite di calcio a eliminazione diretta finivano in pareggio. Se dopo i 90 minuti di gioco il risultato era ancora in parità, accadevano cose diverse a seconda delle regole in vigore nella competizione. I due tempi supplementari – cioè minuti in più da giocare a fine partita, spesso due quarti d’ora – ci sono più o meno sempre stati, al contrario dei tiri di rigore (a volte impropriamente dette “calci di rigore”, che invece sono quelli che si calciano durante la partita dopo un fallo in area), che arrivarono solo negli anni Settanta.
Le partite pareggiate potevano giocarsi daccapo il giorno dopo, per esempio, oppure concludersi con il golden goal. Anche nella competizione più importante del calcio, i Mondiali, per decretare chi passava il turno e chi no sono state lanciate monetine e pescati fogliettini; in competizioni minori venivano addirittura contati i calci d’angolo, e in caso di pareggio passava il turno chi ne aveva battuti di più.
Una bella confusione, insomma. Per decenni, fino al 1970, le regole del calcio non prevedevano un modo univoco per stabilire chi passava il turno in una partita a eliminazione diretta. E ancora fino ai giorni nostri qualcuno, ma sono pochi casi isolati, ha continuato a fare un po’ come gli pareva: solo dall’edizione 2024-2025, per esempio, il torneo più antico al mondo a eliminazione diretta, la FA Cup inglese, ha abolito i replay, ovvero il rigiocare di nuovo una partita per decretarne il vincitore. Anche ai Mondiali si faceva così, inizialmente.







