Antonio Mastrapasqua
Powered by
Non vorrei apparire un seguace di Giuseppe Conte, anche perché non lo sono. Né di Bonelli o Fratoianni. O della signora Schlein. Soprattutto perché la questione del riarmo europeo nulla ha a che vedere con asili od ospedali. Non si tratta di chiedere quanti nosocomi si possono aprire con il 2,8% del Pil (tale è la quantità delle risorse che l’Italia ha vincolato alla produzione di strumenti di difesa, armi, infrastrutture connesse, cybersicurezza, etc.); vorrebbe dire trasformare una questione di interesse strategico – nazionale, europeo, mondiale – in un argomento da “campagnuccia” elettorale. La vera domanda, anche se accantonata, sottratta al dibattito vero che meritano le cose serie, serissime, è semplicemente questa: siamo sicuri che la strada del forsennato riarmo europeo sia quella giusta da imboccare?
Nel giro di soli tre anni, la spesa per la difesa dei Paesi dell’Unione Europea è passata da 262 a 344 miliardi di euro, con un aumento complessivo di circa il 31%. E al vertice Nato di Ankara questi stessi Paesi, almeno quelli aderenti al Patto Atlantico, si sono impegnati a destinare il 5% del loro Pil in armamenti e strumenti di sicurezza, entro il 2035.







