Il mio terapeuta ha una frase che mi ripete ogni volta che gli racconto un mese complicato: “Farhad, tu sei nella Formula 1 del capitalismo. Ricordatelo, sempre”. Uso sempre di più questa metafora perché descrive esattamente cosa succede a chi fa startup: il ritmo, la pressione, l’obbligo di sopravvivere per superare i round successivi, la totale asimmetria tra la tua capacità biologica di reggere e le aspettative del sistema in cui ti sei infilato.Nella Formula 1 il pilota è la parte visibile della macchina. Ma dietro di lui ci sono un team tecnico, un ingegnere di pista, un fisioterapista, un medico, un mental coach, a volte un terapeuta. Perché se il pilota si spegne, la macchina non arriva al traguardo. Non c’è vittoria da cavallo morto.Negli articoli precedenti ho raccontato chi si è schiantato (Francesco Inguscio e il suo infarto dell’anima), chi ce l’ha fatta senza rompersi (Matteo Musa di Fitprime), il costo invisibile delle relazioni per chi guida un’impresa. Manca un tassello, che è la domanda che mi porto dentro da founder: e chi mette i soldi in questa Formula 1 — ovvero i venture capital, gli acceleratori, gli investitori istituzionali — dove sta? Sono parte del team tecnico che si prende cura del pilota, o sono solo lo sponsor che vuole veder correre più forte?Ho mandato lo stesso messaggio, breve, a più di dieci fondi italiani di primo piano. Testo: “Il prossimo articolo è sul ruolo degli investitori. Oltre a chiedere crescita, cosa può fare un VC per la salute mentale di chi finanzia? Mi piacerebbe sentire la tua opinione in una call di 30 minuti.”Il primo risultato dell’esperimento è stato che la maggior parte non ha risposto o ha declinato l’invito perché concentrato su altre priorità.Indice degli argomenti