Quelli di Report sono riusciti a istruire adepti colmi di devozione, degli evangelizzatori fidati sempre pronti a lottare contro gli "infedeli"
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"Domenica pizza?" "No c'ho Report". "L'hai visto Report ieri sera?" "Ah, se l'ho visto, in un paese normale ci sarebbe già un'interrogazione parlamentare". Perché "quelli di Report" sotto la potestà dello spirito guida Ranucci sono riusciti a cucirsi addosso un brand strepitoso: le loro inchieste non sono il banale prodotto di indagini e investigazioni giornalistiche più o meno attendibili e più o meno imparziali. Il programma svela la "verità". Verità che nessuno ha il coraggio e l'eroismo di svelare. E così, per tutti gli eletti che non vogliono essere confusi nella mediocrità, quei think different, adepti della mela luminosa sul computer, o che "vogliono un pianeta migliore" e si comprano la Tesla, o vanno in ufficio con il giubbotto Patagonia per comunicare al mondo che loro non disboscano l'Amazzonia, per chiunque insomma faccia parte di una tribù smaniosa di manifestare la propria appartenenza alla "parte giusta", Report è cult. Cult da volere/onorare, adottato in tempi recenti per indicare un gruppo di persone che condividono la stessa venerazione simil-religiosa per un'idea o un fenomeno, in questo caso per un programma tv. Ecco, quelli di Report sono riusciti a istruire adepti colmi di devozione, degli evangelizzatori fidati sempre pronti a lottare contro gli "infedeli". La parola degli eroi di Report diventa dogma, perché "Report non sbaglia mai", e se per caso fortuito dovesse commettere un errore, anche madornale, c'è comunque pronta una difesa granitica: è un tranello - un'insidia - una macchinazione, è un attacco alla democrazia- un'azione di censura- un attacco senza precedenti alla libertà di informazione.












