Milano, 14 luglio 2026 – Pamela Genini è a terra. Il capo rivolto verso il basso. È ancora viva. Si sentono i suoi ultimi respiri. Sempre più lenti, faticosi. A poca distanza, Gianluca Soncin è accasciato pure lui, accanto al divano. Le mani protese piene di sangue. Sangue che continua a fuoriuscire da quei due corpi sul pavimento. Lei martoriata, colpita più di 70 volte con uno dei coltelli da collezione di Soncin, rinvenuto sul tappeto. Lama di 21 centimetri, punta seghettata. L’uomo ha una ferita sul lato destro del collo. Guarda in alto, si aggrappa a una sedia. Verrà ricoverato al Niguarda poco dopo, mentre Pamela, su quel pavimento, morirà.

Pamela Genini assieme al suo amatissimo cagnolino

L’irruzione alle 10 di sera

È la scena del femminicidio così come appare, alle 22.02, quando i poliziotti fanno irruzione nell’appartamento della giovane in via Iglesias. Accorrono dopo essere stati allertati dai vicini e da Francesco Dolci, l’uomo (indagato per vilipendio di cadavere) con il quale la vittima stava messaggiando mentre Soncin entra nell’appartamento con una copia di chiavi realizzate, secondo le indagini, in una ferramenta poco distante da quell’abitazione, una settimana prima dell’accaduto.