L’autonomia differenziata non dividerà il sistema nazionale della Protezione civile e non metterà in discussione il carattere universale del Servizio sanitario nazionale. Parola dei ministri Nello Musumeci e Orazio Schillaci, ascoltati dalle commissioni Affari costituzionali di Camera e Senato, impegnate nell’esame delle intese preliminari tra il governo e Liguria, Lombardia, Piemonte e Veneto. Al loro fianco, il padre della riforma, il ministro leghista Roberto Calderoli, che nelle ultime settimane ha accelerato il percorso dell’autonomia differenziata nonostante le perplessità e i paletti della Consulta.
Le audizioni Le due audizioni erano comunque molto attese, perché la gestione delle emergenze e la tutela della salute rappresentano i settori sui quali si concentrano i timori per un possibile aumento dei divari territoriali e possono essere trasferite alle regioni senza aspettare la definizione dei Lep, i Livelli essenziali delle prestazioni. I ministri hanno però respinto il rischio di una frammentazione, insistendo sul mantenimento del coordinamento statale, degli standard nazionali e dei livelli essenziali delle prestazioni. Musumeci ha ricordato che la Protezione civile rientra tra le materie di legislazione concorrente previste dall’articolo 116 della Costituzione. L’autonomia, ha sottolineato, non è obbligatoria né imposta dallo Stato, ma nasce dalla libera iniziativa delle Regioni e richiede un confronto con il governo nel rispetto della leale collaborazione istituzionale. Il mezzogiorno Le richieste avanzate dalle quattro Regioni del Nord potrebbero quindi arrivare anche dal Mezzogiorno. Il ministro ha citato Campania e Puglia ma non tutte le amministrazioni, ha però precisato, sarebbero oggi nelle condizioni di ottenere maggiori poteri: occorre verificare la qualità delle strutture, l’esposizione ai rischi e la capacità di assumersi nuove responsabilità. Il punto centrale riguarda il perimetro delle competenze. Gli schemi di intesa intervengono esclusivamente sulle emergenze regionali e non trasferiscono alle Regioni il coordinamento di quelle nazionali, che resta nelle mani del Dipartimento nazionale della Protezione civile. Per questo, secondo Musumeci, i timori di un indebolimento del ruolo centrale dello Stato sono «del tutto infondati». Con le intese potrebbero derogare anche ad alcune disposizioni statali, ma soltanto entro limiti precisi. L’emergenza dovrebbe interessare esclusivamente il territorio regionale, le deroghe avrebbero una durata circoscritta e non potrebbero riguardare le norme penali, il Codice antimafia, il diritto europeo, i principi generali dell’ordinamento e le disposizioni fondamentali del Codice della Protezione civile. Soprattutto, per derogare alle norme statali sarebbe necessaria l’autorizzazione preventiva del Consiglio dei ministri, chiamato a definire durata e ampiezza dell’intervento, con la possibilità di revocarlo. Solo in presenza di gravi e comprovate ragioni di urgenza il presidente della Regione. La sanità Più delicato il capitolo sanitario. Schillaci ha sostenuto che le intese non modificano l’assetto del regionalismo sanitario costruito a partire dagli anni Novanta. Le Regioni dispongono già di ampi poteri nella programmazione, nell’organizzazione dei servizi, nei rapporti con gli erogatori e nella remunerazione delle prestazioni. Lo Stato continuerebbe però a definire i Livelli essenziali di assistenza, i principi generali e i vincoli di spesa, conservando il controllo sull’equilibrio finanziario. La posizione del ministero, ha chiarito Schillaci, è che una maggiore autonomia possa essere valutata positivamente solo se migliora l’organizzazione senza compromettere l’uniforme garanzia dei Lea, la solidarietà tra i territori e il ruolo statale di indirizzo, monitoraggio e controllo. «L’autonomia differenziata non deve tradursi in una differenziazione dei diritti», ha ribadito. Le intese individuano cinque funzioni. Le Regioni potrebbero fissare tariffe di rimborso differenti da quelle nazionali; gestire autonomamente le risorse statali destinate agli investimenti sanitari; istituire fondi integrativi; finanziare assunzioni e prestazioni aggiuntive; riallocare le economie ottenute su fondi vincolati, dopo il raggiungimento degli obiettivi e previa verifica statale. Secondo Schillaci, non cambierebbero né il finanziamento complessivo del Servizio sanitario né i criteri nazionali di riparto. Resterebbero invariati anche i meccanismi di compensazione della mobilità sanitaria e i contratti collettivi nazionali. Si tratterebbe, dunque, di una maggiore flessibilità gestionale nell’utilizzo di risorse già assegnate, non del trasferimento di intere materie. Una lettura contestata dal Pd, che accusa il governo di non avere chiarito quali specificità giustifichino il trasferimento delle stesse competenze a quattro Regioni molto diverse.






