di

Paolo Rodari

L'infanzia poverissima e oggi una ’azienda che dà lavoro e promuove il territorio. E riduce l’impatto sfruttando il sole, riciclando l’acqua e donando gli scarti

Per Carmelo Arestia il successo di un’impresa non può essere separato dalla crescita del territorio in cui opera, un principio che rifiuta ogni forma di spreco. L’azienda siciliana non solo riduce l’impatto ambientale sfruttando il sole dell’isola, riciclando l’acqua e donando gli scarti di pomodoro agli allevatori locali come mangime, ma ha saputo persino trasformare i residui di lavorazione in un pigmento naturale rosso per stampare le sue etichette. Un impegno green nato per celebrare la terra e la comunità locale, sostenendo iniziative culturali, eventi legati alle tradizioni e progetti capaci di promuovere l’identità agricola del ragusano. Non si tratta di una strategia costruita a tavolino. Dietro questa attenzione c’è una storia personale fatta di sacrifici e privazioni, una memoria che non si è mai affievolita con il passare degli anni. La creazione di occupazione stabile in un’area che per decenni ha sofferto la scarsità di opportunità per i giovani rappresenta uno dei tasselli più concreti di questa visione. Oggi Agromonte impiega decine di lavoratori e, nei periodi di maggiore attività, coinvolge numerosi collaboratori stagionali. Parallelamente, l’azienda ha contribuito a raccontare la Sicilia ben oltre i confini dell’isola, trasformando prodotti, paesaggi e tradizioni familiari in un patrimonio condiviso. Per capire da dove nasce questa idea di impresa bisogna tornare indietro nel tempo, a una fotografia che racconta meglio di ogni altra la storia del suo fondatore. Non è quella degli stabilimenti moderni di Agromonte. È l’immagine di un bambino cresciuto in una famiglia povera di Vittoria, nel Ragusano, con un padre che produceva carbone e lo vendeva per le strade con un carretto trainato da un asinello. «Mio padre tagliava la legna e riusciva a ottenere il carbone che poi rivendeva nelle strade di Vittoria», ricorda Arestia. «A casa i soldi non c’erano mai, ma non è mai mancata la voglia di lavorare».