Claudio Descalzi ripete da settimane che la vecchia architettura della sicurezza energetica globale è finita. Meno evidente, ma più importante, è che Eni si è già mossa di conseguenza: dal gas asiatico all’Lng argentino, dal litio cileno alle società satellite aperte a capitali esterni, il gruppo sta trasformando la diagnosi geopolitica del suo amministratore delegato in strategia industriale

La sequenza di deal di Eni dall’inizio del 2025 — una partecipazione nel litio in Cile, una nuova major asiatica del gas costruita con Petronas, un ingresso nella frontiera dell’Lng argentino, una joint venture nel trading con Mercuria, un gruppo di società satellite aperte a capitali esterni — non è una lista dispersa di transazioni opportunistiche.

Letta attraverso la cornice che l’amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi ha tracciato nella sua recente intervista al Sole 24 Ore, appare come l’esecuzione deliberata di una tesi dichiarata: che il mondo sia entrato in un regime permanente di fragilità dell’offerta, e che la sopravvivenza dipenda dalla capacità di diversificare fonti, rotte e partner più rapidamente dei rivali.

Uno shock che non si invertirà

Il gancio di attualità immediato è abbastanza netto già di per sé. Da quando a marzo sono iniziati i combattimenti attorno all’Iran, il transito attraverso lo Stretto di Hormuz è crollato del 95 per cento, e il traffico navale quotidiano attraverso la via d’acqua si è più che dimezzato di nuovo dall’inizio di luglio.