La regola è semplice: meno persone sanno, meglio è. Il luogo viene indicato all’ultimo minuto, a volte attraverso una posizione Gps, altre tramite un punto di ritrovo. Nessuna locandina o pubblicità, nessuna storia su Instagram e il gioco è fatto. A quattro anni dal cosiddetto “decreto rave”, i festival italiani assomigliano sempre meno ai grandi teknival che negli anni 90 radunavano migliaia di persone e sempre più a una rete segreta di contatti, chat, informazioni che circolano sottotraccia. “La scena esiste ancora, ovviamente. Si è solo trasformata”, spiega Luca, 25 anni. Negli ultimi anni, dice di essere stato almeno a una trentina di serate, sparse tra Nord e il Centro Italia. È lui il primo a dire che, il più delle volte, non sa dove andrà a ballare fino a un paio di ore prima dell’evento. “Non è tanto per creare mistero, quanto per evitare problemi. Gli organizzatori privilegiano raduni in posti meno visibili e inaspettati”, dice. La norma del governo Meloni, lo ricorderete, entrò in vigore nel 2022 a seguito di un rave non autorizzato alla periferia di Modena. Tecnicamente, si tratta di un reato che impedisce l’invasione di terreni o edifici finalizzata all’organizzazione di eventi ritenuti pericolosi. Nella pratica, si puniscono organizzatori con la reclusione fino a sei anni e una multa che può arrivare a diecimila euro. Per i sostenitori della legge si è trattato di colmare un vuoto normativo e contrastare le occupazioni abusive ma, secondo i critici, il rischio è quello di colpire una sottocultura giovanile già marginale. Il Guardian ha scritto che, così com’è formulato, il provvedimento è molto più simile a uno strumento pensato per contrastare la criminalità organizzata che raduni musicali. Dj Orz, figura storica del collettivo romano Kernel Panik, al quotidiano inglese ha raccontato che, secondo lui, il movimento è diventato il bersaglio di una “campagna mediatica costruita attorno agli episodi più spettacolari e controversi, ignorandone gli aspetti culturali e comunitari”.