Come nel racconto allegorico di Calvino, il risiko bancario è passato in un fine settimana dai fuochi d’artificio di Casamicciola alla Grande bonaccia delle Antille. Solo quel satanasso di Carlo Messina poteva riuscire in un capolavoro del genere.
Mettendo a tacere i cacadubbi e raffreddando i bollori di tutti gli scalatori. Da quando Intesa-Sanpaolo ha annunciato la sua offerta monstre da 30,6 miliardi su Mps-Mediobanca non si muove più una paglia. È evidente che l’operazione è stata ben pensata. La quota in contanti da 3 miliardi per ora placa le ansie di chi guarda sempre con sospetto ai soliti deal “carta contro carta”. La mossa della prima banca del Paese rassicura Palazzo Chigi e la destra arraffona, che reclama un posto a qualunque tavola. La discesa in campo diUnipol a fianco di Ca de’ Sass rilancia la sinistra arruffona, ancora traumatizzata dalle telefonate di Fassino e dall’estate dei furbetti del quartierino. Caltagirone e Milleri alla fine troveranno il modo di mettere in cassa un altro bel gruzzolo di milioni. Nagel e i bankers di Piazzetta Cuccia troveranno una loro rivincita nel ripescaggio del brand Mediobanca.
I dubbi degli analisti
Tutto è bene quel che finisce bene? Così è, se vi pare. Eppure, dietro la calma apparente, qualcosa continua a muoversi. Intanto, gli analisti cominciano a fare qualche conto, e non tutti sono così confidenti sulla validità dell’Ops. Deutsche Bank considera la transazione appesantita da sinergie “significative” ma fin troppo “aggressive”. Intermonte giudica l’accordo solido dal punto di vista industriale e finanziario per gli stakeholder di Intesa-Sanpaolo, ma insoddisfacente per Montepaschi perché non ne riflette il fair value. Giudizi analoghi arrivano da Keefe, Bruyette & Woods e Bnp Paribas. La questione fondamentale è se gli azionisti di Rocca Salimbeni siano adeguatamente remunerati per il valore corrente della banca, per il potenziale derivante dal piano Mps-Mediobanca e per il premio di controllo associato al break-up dell’istituto. Messina, intanto, prepara l’assemblea degli azionisti del 10 settembre, chiamata ad approvare l’aumento di capitale al servizio dell’Opas. Formalmente, il più importante “banchiere di sistema” del Paese ha escluso l’ipotesi di ritocchi al rialzo dell’offerta, e visto che per ora non c’è stata alcuna vera levata di scudi, è probabile che non abbia cambiato idea. Ma di qui all’autunno nulla si può escludere. Nella grande bonaccia calviniana c’è ancora una variabile “corsara” da non sottovalutare.












