«Siamo rimasti in Italia per riconoscenza. Qui abbiamo ricevuto un’ottima formazione universitaria e lo Stato ha curato gratuitamente i nostri familiari. Ci sembrava giusto restituire qualcosa al nostro Paese».Sono parole pronunciate da un giovane imprenditore durante un convegno dedicato alla sovranità tecnologica e alla sicurezza economica al tempo dell’intelligenza artificiale. Lui e altri tre brillanti laureati hanno deciso di sviluppare in Italia la loro impresa nel settore del cloud e della protezione e controllo dei dati, rinunciando alla più facile prospettiva di trasferirsi oltreoceano.
È una testimonianza che colpisce perché va contro una narrazione ormai consolidata, quella secondo cui l’Italia sarebbe inevitabilmente destinata a perdere i propri talenti migliori. Eppure proprio questo episodio suggerisce una riflessione diversa.Da anni il dibattito pubblico si concentra sulla cosiddetta «fuga dei cervelli». Ogni volta che un giovane ricercatore lascia il Paese, il fenomeno viene raccontato come il sintomo del declino italiano. L’Italia, è noto, non ha un problema di formazione. Le nostre università continuano a preparare ricercatori, ingegneri e professionisti di altissimo livello. Lo dimostra il fatto che molti di loro, una volta entrati nei grandi centri di ricerca internazionali, ottengono rapidamente riconoscimenti scientifici e responsabilità di primo piano.








