Il calcio barese è impegnato in due «partite», su questo ci sono pochissimi dubbi ormai. Da un lato la creazione dell’ennesimo progetto tecnico, dopo tre anni vissuti tra rivoluzioni e fallimenti di varia entità. Dall’altro, l’annosa questione societaria con la famiglia De Laurentiis impegnata a «capire», per la verità con scarsi risultati, che il tempo qui a Bari sembra davvero scaduto nonostante manchino ancora due anni alla fine naturale del vincolo della multiproprietà (dal 2028 sarà vietato stando alla normativa vigente, sperando che a Malagò non venga in mente di provare a fare un golpe). «Partite» che procedono in parallelo ma che, nella sostanza, finiscono per convergere. Non ci può essere un futuro calcistico all’altezza delle ambizioni di una città come Bari senza che venga fatta chiarezza su tutto il resto. Troppi equivoci, la fiducia ridotta a zero. E la sensazione che il peggio debba ancora venire nonostante una tristissima retrocessione in serie C e la richiesta di fallimento da parte del Tribunale di Bari.

La cosiddetta questione societaria è in cima ai pensieri del tifoso medio. Non sembri un paradosso ma oggi le cose di campo sono diventati dettagli, quasi materia fastidiosa al culmine di un percorso che continua a intorbidirsi e che non promette granché di buono. L’azione di Vito Leccese ha alzato un bel polverone, va detto. Non ha chissà quali poteri, il sindaco. Però le sue entrate in takle non sono state inutili, al netto della certezza che nulla è in grado di scalfire il modus operandi di un imprenditore come Aurelio De Laurentiis. Quelle cose andavano dette per ribadire il concetto che, qui, nessuno è disposto a porgere l’altra guancia. Non foss’altro per una questione di dignità. Le passioni sono una cosa seria, da sempre. E di passione ne hanno da vendere gli undici «saggi» chiamati a vigilare l’operato della proprietà alla voce cessione del pacchetto azionario della Ssc Bari. I «saggi» come il sindaco, già. Pochissime possibilità di incidere. Ma dar «fastidio», sì. Tanti occhi sull’operato di una dirigenza che ha il dovere di giocare pulito. Facciano pure quello che vogliono nella costruzione della squadra, si sentano liberi di puntare a vincere il campionato di serie C. Ma non dimentichino che qui è rimasto il deserto emotivo. E non resta che prenderne atto.