Aggiungi ItaliaOggi alle tue fonti preferite su Google per non perderti i nostri contenutiC’è una novità nel diritto penale italiano. Non è stata approvata dal Parlamento, ma il messaggio che molti manager hanno percepito dopo la sentenza definitiva sulla strage di Viareggio è semplice: attenzione ad accettare un incarico di vertice.
Potrebbe trasformarsi, anni dopo, in una responsabilità penale personale per fatti maturati all’interno di organizzazioni grandi quanto una città. Sia chiaro: la tragedia di Viareggio resta una ferita immensa. Trentadue vittime meritano rispetto, memoria e giustizia. Ma proprio perché il processo penale è una cosa seria, dovrebbe resistere alla tentazione di trasformare il vertice aziendale nel responsabile “naturale” di tutto ciò che accade. Per questo quanto deciso è assolutamente inaccettabile. A questo punto occorrerebbe aggiornare i manuali di diritto societario. Alla voce “amministratore delegato” si potrebbe aggiungere: “Figura eroica che firma bilanci, approva piani industriali, incontra investitori e, nel tempo libero, controlla personalmente ogni bullone, ogni saldatura e ogni decisione assunta nei livelli inferiori dell’organizzazione”.
È evidente il paradosso. Le grandi imprese esistono perché esistono deleghe, competenze, funzioni tecniche e responsabilità distribuite. Se tutto torna sempre e comunque sul vertice, allora le deleghe diventano un elegante esercizio di calligrafia. Il risultato? Chi sarà davvero disposto ad assumere incarichi apicali nelle società più complesse? Non i migliori, probabilmente, ma i più coraggiosi. O i più incoscienti. Il diritto italiano si fonda su un principio semplice: la responsabilità penale è personale. Non oggettiva. Non simbolica. Personale. Lo sancisce la nostra Carta Costituzionale. Se questo confine diventa sfumato, il rischio non riguarda soltanto gli amministratori delle Ferrovie. Riguarda tutti gli amministratori di società pubbliche e private, gli enti, gli ospedali, le partecipate, le grandi imprese industriali. Tutti.






