Tre opere in poche settimane, e tre domande che si rincorrono. Come si scrive un’opera nuova oggi, capace di raccontare persino gli snodi vertiginosi del nostro tempo, intelligenza artificiale in testa? Come si porta in scena un grande romanzo contemporaneo, per di più di una scrittrice compianta e controversa come Michela Murgia? E come si interpreta oggi un classico assoluto della tradizione italiana rendendolo vivo e contemporaneo senza tradirlo? La risposta alla prima domanda si chiama “Olympia” di Nicola Campogrande, novità assoluta commissionata dal Comunale di Bologna; alla seconda risponde “Accabadora” di Francesco Filidei, creazione mondiale del Festival di Aix-en-Provence; alla terza la “Lucia di Lammermoor” che chiude la stagione d’opera della Scala. E c’è un dettaglio che mi sta a cuore: le due opere nuove possono arrivare a chiunque, attraverso Radio3, che resta il più formidabile teatro d’opera diffuso del Paese, con platee grandi e curiose come l’Italia.

Cominciamo da Bologna. Quando il librettista Piero Bodrato e Campogrande hanno cominciato a lavorare a “Olympia”, i programmi di intelligenza artificiale conversazionale non erano ancora alla portata di tutti: la loro storia d’amore ai tempi dell’intelligenza artificiale sembrava un divertimento futuribile, e nel giro di tre anni è diventata cronaca. La vicenda è quella dell’ingegner Lamberto Spallanzani, che costruisce la propria moglie robotica, la presenta al mondo come musa e consorte, e finisce per innamorarsene davvero; attorno a lui il socio Zoltan, una vecchia fiamma, la professoressa Sherry Hope, e il marito di lei, Jean Paul Dupont, subito stregato dalla perfezione di Olympia. Sullo sfondo aleggiano i racconti di Hoffmann, pretesto dichiarato per una narrazione del tutto nuova, e dietro la trama si intravedono i robot senzienti della fantascienza, chiamati a una riflessione sul libero arbitrio: che cosa vuole veramente una macchina? Può una “ginoide” — così la definisce il libretto, perché femmina e non generico androide — possedere una coscienza? L’opera resta per molti aspetti buffa, ironica, piena di brio, ma nel secondo atto la presa di coscienza della creatura diventa dramma vero: su quella macchina prepotentemente femminile l’uomo esercita una violenza insopportabile, e Olympia resiste, si ribella, fugge, fino a un finale imprevedibile in cui sarà lei a dettare le regole del gioco, nuova direttrice progettuale di una produzione in serie di automi, con il povero Spallanzani crollato a terra.