Potrebbe andarsene prima della scadenza del suo mandato, dunque. La dichiarazione di Christine Lagarde, pronta a dare il suo contributo alla campagna per le presidenziali francesi anche se questo significasse lasciare la presidenza della Bce prima della scadenza naturale dell’ottobre 2027, offre già l’occasione di un primo bilancio sulla sua gestione e sulle scelte della Banca centrale europea.

Fed e Bce, cinque anni di tassi a confronto

Quando Lagarde arrivò alla Bce, il primo novembre 2019, non fu accolta come l’erede tecnica di Mario Draghi. L’ex ministra francese delle Finanze, ex direttrice del Fmi, era una figura politica più abituata ai tavoli multilaterali che ai modelli di trasmissione monetaria. Reuters Breakingviews sintetizzò allora il dubbio con una formula netta: più continuità che credibilità. Sei anni dopo quel giudizio va corretto: Lagarde ha costruito la propria autorità tenendo insieme il Consiglio direttivo e assorbendo shock successivi.

Una presidenza fuori programma

La sua è stata, fin dall’inizio, una presidenza fuori programma. Doveva gestire appunto il dopo Draghi, la revisione strategica, l’uscita lenta dal mondo dei tassi negativi. Si è trovata invece davanti la pandemia, il rischio di frammentazione finanziaria, la guerra in Ucraina, l’inflazione al 10,6 per cento, poi nuovi shock energetici. Il mandato scade nell’ottobre 2027, ma il bilancio intermedio è già chiaro: Lagarde è passata dall’essere la garante politica della continuità a diventare la presidente di una Bce esposta a un’epoca di shock permanenti.