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Luigi Ripamonti

In una delle pagine che seguono la palliativista Tania Piccione e lo psichiatra Claudio Mencacci affrontano, da punti di vista diversi, il tema della fragilità. La prima scrive, fra l’altro, che l’estate «ci mostra che il problema non è l’aumento delle persone fragili, ma l’erosione delle relazioni che rendono possibile la cura». Il secondo tratta di un particolare tipo di fragilità, quella dei ragazzi che «sempre più spesso faticano a trovare un senso di appartenenza e uno scopo che vada oltre la ricerca di approvazione sui social media». In qualche misura sono due facce della stessa medaglia, con incisa la stessa parola chiave, che è «relazione». In questo senso le cure palliative possono essere un esempio di trattamento della fragilità in senso lato, grazie anche alle diverse relazioni umane che attivano, non soltanto fra paziente e terapisti.

Il volontariato dei giovani durante le vacanze, come suggerito da Mencacci, può essere, a sua volta una cura, con l’ambizione di «guarire», cambiando la vita di chi lo sceglie, impartendogli nuove e inaspettate direzioni, e generando entusiasmo. Lo sa bene chi negli «anta» è ormai entrato da un pezzo e ha visto la propria esistenza attingere nutrimento vitale da esperienze di questo genere, pur avendo potuto contare, di solito, su relazioni «in carne e ossa» durante l’adolescenza. A maggior ragione l’effetto potrebbe essere più intenso per i ragazzi di oggi, in cui l’opportunità di relazione spesso è monopolizzata dallo schermo di uno smartphone. Senza relazioni autentiche la fragilità, qualunque tipo di fragilità, non può essere compresa (presa insieme) e quindi curata (cor urat = che scalda il cuore). Nulla, di fatto, esiste senza relazione, neppure i colori che vediamo esistono di per sé, ma diventano tali solo grazie alla «relazione» con il nostro cervello che li «interpreta» e ce li mostra come li vediamo. Senza i colori che mondo sarebbe? E che vita sarebbe una vita senza relazioni vere, umane, senza che se ne colga non solo la ricchezza, ma l’assoluta indispensabilità? Sia le cure palliative sia il volontariato possono essere una terapia per fragilità diverse, grazie anche e soprattutto alle relazioni che generano.