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Fabrizio Roncone

Il figlio Bobo Craxi: «Hammamet era stata segnalata a mio padre da alcuni compagni: a un’ora di volo da Roma, acqua meravigliosa, si spendono due lire». La casa, divenuta leggendaria, fu costruita, dice, «pietra dopo pietra, lentamente»: «All’inizio, nei primi anni Settanta, su quella collina infestata da serpenti e scarafaggi, non c’era neppure l’acqua. Ce la trovò un rabdomante»

Bettino Craxi, ad Hammamet, trascorse anche vacanze felici. Non se ne parla mai.

Sfrigolano i neuroni e scatenano il ricordo di un cancello che si apre cigolando e di una sgangherata A 112 carta da zucchero metalizzata, targata Mi, che imbocca decisa la strada sterrata e viene giù tra gli ulivi e nuvole di polvere: c’è il profumo dolciastro dei gelsomini in fiore, ci sono quattro gendarmi tunisini che salutano militarmente e un po’ confidenziali — «Bonjour, monsieur Craxì!» — mentre il presidente del Consiglio italiano, potente segretario del Partito socialista, seduto accanto al conducente, ricambia con un veloce gesto della mano, affettuoso e all’apparenza brusco, informale, com’è lui in questa scena, come il cappellaccio dell’Afrikakorps che tiene calato in testa. Dove sta andando? Che domande: al mare. I giornali titolavano: Craxi l’Africano, Bettino d’Arabia.