Non è la prima volta che scrivo di una cena di una trentina d’anni fa con Bettino Craxi nella veranda della sua casa tunisina, e non sarà probabilmente neppure l’ultima ricorrendo ogni tanto la storia, allora smentitami dall’ex presidente del Consiglio, della sua avventura politica finita già nel 1985, quando era ancora a Palazzo Chigi, per avere osato sfidare a Sigonella gli americani. Ai quali aveva negato personalmente, in una telefonata notturna col presidente Ronald Reagan assistito da una interprete, la cessione di sovranità chiestagli con forza facendo catturare nella base militare siciliana alcuni dei responsabili del sequestro della nave italiana Achille Lauro nel Mediterraneo. Che era stata dirottata da un commando terroristico palestinese per scambiarla col rilascio dei soliti detenuti nelle carceri di Israele. La nave fu liberata su intervento di Arafat, chiesto personalmente al capo dell’Olp da Craxi, ma dopo che era già stato ucciso a bordo un cittadino statunitense, ebreo e invalido, freddato in un alterco e buttato a mare con la sua carrozzella.

Una volta abbandonata la nave, i dirottatori erano stati imbarcati dagli egiziani su un aereo per essere trasportati al sicuro in Tunisia. Ma il velivolo era stato intercettato dagli americani e costretto ad atterrare a Sigonella, appunto, con l’obiettivo di sequestrare i dirottatori e mandarli a processo negli Usa. L’ambasciatore americano a Roma, scambiando Palazzo Chigi per una depandance, si era presentato quasi di notte, e fatto ricevere da un funzionario diplomatico, mentre Craxi dalla sua stanza d’albergo spiegava all’interprete di Reagan, per telefono, che la competenza giudiziaria era italiana. E ordinava che i Carabinieri a Sigonella impedissero, armi in pugno, il sequestro.