SEATTLE. Con una saracinesca è venuto giù un quartiere e a Seattle l’italianità si è sgretolata e diffusa. Ora, invece di abitare dentro coordinate da Little Italy, le radici si sono allungate e sparpagliate e dall’immigrazione in cerca di fortuna si è passati all’importazione di conoscenza. Dai paisà alla fuga di cervelli, anche se le etichette raccontano poco di questi strati uniti d’Italia capaci di fotografare quanto siamo cambiati. E non solo nel Pacific Northwest. A Seattle, nel 2021 ha chiuso la storica pasticceria Borracchini, per un secolo simbolo e riferimento di una comunità. Era il punto a nord, più vicino al nucleo della città, del «Garlic Gulch»: la conca dell’aglio, piccola Italia all’inizio del Novecento. Un gruppo compatto che ha creato un villaggio secondo canoni classici. La chiesa, le vie della Calabria e quelle del Piemonte: i dolci di Remo Borracchini a segnare nascite e matrimoni, le salsicce di Oberto con un’attività partita nella cantina della suocera e diventato marchio ancora in circolo, «Oh Boy! Oberto», perché il fondatore aveva 16 anni quando ha iniziato. E i fratelli Vacca con l’orto nel giardino e le verdure al mercato, John Croce a distribuire olive dal retro del pick up e la Mission Macaroni di Guido Merlino, assorbita nel 1986 dalla larga distribuzione della Quaker Oats. Duecentoquindici famiglie sparse per seminare Italia, il massimo splendore durante la carica di Albert D. Rosellini, governatore dal 1939 al 1957, nato a Garlich Gulch oggi ricordato con il nome di un ponte. Un patrimonio di storie che non abitano più lì e resistono in assenza di indirizzo, senza neppure una targa superstite. L’edificio che ospitava il centro della nostra storia è bruciato nel 2023. Al posto del profumo intenso della Frozen Cake, tutta glassa bianca, c’è un terreno recintato con la scritta «Open for business, new bus line», l’annuncio di lavori per una nuova linea. Il quartiere è stato spaccato da due superstrade e la fermata della metropolitana leggera ne ha orientato gli affari. Incroci popolati ormai da altre provenienze: vietnamiti, portoricani, altre bandierine sui portici, altre insegne per i ristoranti. E noi? Siamo cambiati, eppure quell’eredità è conservata come spirito visionario. Carlo Malaguzzi è la voce guida de “Il Punto”, il gruppo più contemporaneo riunito intorno alla provenienza. Lui si è trasferito da Torino a Seattle vent’anni fa per lavorare da Microsoft, grazie ad abilità che l’Italia fatica a riconoscere e a retribuire e in un secondo riesce a spiegare che cosa è successo negli ultimi cento anni: «Ho quattro figlie e in casa si parla italiano, un tempo chi arrivava qui, per integrarsi proibiva ai figli di usare la lingua dei genitori. La nostra associazione organizza l’attività “Noi bimbi”, dove si gioca e si impara. A sorpresa, è frequentata soprattutto dagli italoamericani con accenti improbabili e vocabolari inventati, ma con legami evidenti che vogliono ritrovare». Invece di mettere la seggiola di plastica fuori dal negozio si danno appuntamento via social per gli aperitivi, «siamo sempre gente che si ritrova intorno al cibo». Magari da Giuseppe, angolo tricolore vista stadio, dove si vedono le partite. Tra la grande onda migratoria, che dal 1880 al 1920 ha spostato negli Usa 4 milioni di italiani (il 75% sulla East Coast) e l’attuale comunità espatriata dietro ai flussi della tecnologia, c’è una nicchia di innovatori che hanno lasciato un’impronta precisa. Hanno portato quello che mancava ed elaborato un livello oggi cifra dell’italiano di Seattle. Dell’italiano negli Usa, forse per questo non c’è più così bisogno di Little Italy. La protesta di New York per le mancate attenzioni del sindaco Mamdani, viene da generazioni di italoamericani, lì molto numerosi, custodi di un tesoro connesso all’urbanistica, ma l’italiano d’America è ovunque, un’idea in evoluzione. Sulla costa Ovest, nel 1990, Ciro Pascino da Gaeta ha diffuso il vero pane artigianale e con la fragranza ha sbloccato dei sensi. Nel 1996, Maria Coassin ha aperto Gelatiamo, un ponte culturale. Ha congelato il meglio e lo ha trasportato senza disperderne l’essenza. Ha liberato la voglia di legare il gusto alla vita. Una filosofia inedita negli Usa, una caratteristica sviluppata da persone come Michela Tartaglia, proprietaria di Pasta Casalinga, minuscola e potente realtà di Market Place. Nel posto scelto c’è lo stacco totale dagli impasti di Borracchini datati Novecento. Lei ha creato un luogo italiano dentro al cuore di Seattle, accanto al primo Starbucks, quanto di più riconducibile al Dna della città. Ci siamo fusi con gli Stati Uniti invece di abitarne un pezzetto: «Abbiamo questa qualità di adattarci straordinaria e forse l’abbiamo stupidamente vissuta come un limite, come se ci togliesse unicità. Invece è il contrario». Partita da La Loggia, zona Moncalieri, nel 2006, Michela ha sfruttato al meglio il sogno americano, grande festival delle possibilità. Nel 2009 alla Nintendo, poi traduttrice in Microsoft, insegnante alla Dante Alighieri, al lavoro sul software linguistico Rosetta Stone e dal 2018 fiera titolare di un’identità, tradotta in pasta. Dodici dipendenti: «Non ne voglio di più, perché sono italiana. Qui appena una cosa funziona si pensa a ingrandire, aumentare, fatturare. Per me conta rispettare una dimensione che posso curare, che mi lasci respirare. Poi sono anche americana: se un collaboratore è intraprendente, chiede l’aumento e se lo merita glielo do. Altrimenti...». Ce lo dice dentro le sfere, icone di Amazon, di Willmott’s Ghost: ristorante di lusso foraggiato da Bezos e votato all’olio di oliva. Seattle è un osservatorio ideale perché ha legato i viaggi sulla rotta del cibo a quelli dettati dalle start up, dal settore biomedico. Carlo pensava di restarci un paio di anni ed è diventato il fulcro per chi arriva lì, le figlie sono in giro per l’Europa, dietro a studi e stage: «Siamo expat, non importa quanto si rimane, abbiamo sempre un biglietto di ritorno e vacanze nel punto da cui ci siamo mossi. Ritorni, stipendi che in Italia era difficile immaginare». Cervelli in fuga? «Direi più cervelli in transito. Bello che il nostro Paese comunque cresca cervelli. Lasciamo tracce e mescoliamo esperienze». Le saracinesche abbassate hanno chiuso Little Italy, non l’italianità che sta dentro gli strati d’America. ENGLISH VERSION
Stati Uniti d’Italia: Seattle, dal quartiere dell’aglio al tech, immersi nella realtà americana
Viaggio nella città, realtà laboratorio, che racconta un secolo della nostra migrazione








