Nella cornice di un lutto che ha eroso ogni confine tra la memoria e la realtà, Jon Fosse costruisce una sorta di monologo interiore che ruota su sé stesso, alla ricerca di una forma capace di contenere qualcosa di sfuggente a ogni costrizione sintattica. La protagonista è una vedova di nome Signe, che osserva se stessa nei minimi movimenti quotidiani: mentre si alza, va alla finestra, fissa il fiordo; mentre si guarda dall’esterno, divisa tra tentativi di oggettivazione e identificazione con il dolore.

Il romanzo si apre nel 2002, Signe è immobile su una panca, da ventitre anni – quando la barca del marito venne ritrovata, vuota, spinta dalle onde contro la costa rocciosa del fiordo – di lui non si hanno più avute tracce.

Uscito in Norvegia nel 2004, poco meno di vent’anni prima che l’autore vincesse il Nobel, Lei è Ales (traduzione di Margherita Podestà Heir, La nave di Teseo, pp. 128, € 15,00) è un romanzo breve che contiene cinque generazioni e oltre un secolo di una stessa famiglia. Dal giorno dopo l’incidente, tutto quanto accade passa attraverso ciò che Signe vede, ricorda, rivive, e persino i pensieri del marito finiscono per entrare nelle sue visioni.

Il lettore comincia a girare, insieme a lei, intorno a quel che non riesce a comprendere: un uomo è uscito di casa e non è mai tornato, cosa sia stato di lui non è dato sapere: in quella rotazione lenta e ipnotica dei rimuginamenti, come in certi canti funebri in cui le parole si ripetono finché non perdono di significato, cominciano ad affiorare altri morti.