È una giornata luminosa sulla riva della Drina, in Bosnia, poco lontano da Srebrenica. Il sole, il fiume, i boschi, il silenzio – è un luogo bellissimo. Sotto i miei piedi, dove mi trovo ora, c’era una fossa comune, una delle decine in cui dopo il 1995 i serbo-bosniaci hanno malamente sotterrato le migliaia di musulmani ammazzati per farli sparire da quella parte di mondo. Viene in mente Toni Morrison: «c’è da chiedersi se anche l’inferno non è un posto carino».
Si chiama Srebrenica 1995 Inferno la canzone che ricorda quei giorni – «Madre, padre, sorella, fratello, dove siete? Vi sogno tutte le notti, dovunque vado … E ora la Bosnia è mia madre, Srebrenica mia sorella, non sono più sola …». In questi giorni di luglio, nel 1995, con la passività colpevole del contingente Onu che era lì per proteggerli, più di ottomila musulmani – uomini, donne, tutte le età, tutti i mestieri, tutti senz’armi – sono stati massacrati dalle forze della Repubblica Srpska.
Io sono qui per una scuola estiva internazionale di studi sul genocidio: una trentina di ragazze e ragazzi di venti paesi, compreso un bel contingente italiano venuto da Bolzano. Qui sulla parola “genocidio” nessuno fa cavilli e distinzioni: di questo si è trattato, di far sparire un popolo intero per ripulire il territorio e la memoria. Gli unici che negano che di genocidio si sia trattato sono, ovviamente, quelli che l’hanno commesso. Ogni anno, attorno all’anniversario, si scatena la contronarrazione: la strada fra la città serba di Bratunac e Srebrenica è fiancheggiata da striscioni e da fotografie con le facce dei caduti serbi (tutti maschi giovani, in età militare). Come a dire, le vittime siamo noi, non c’è stato nessun genocidio. Sulla piazza di Srebrenica, un enorme cartellone con le facce di due pope dalla lunga barba annuncia la commemorazione dei caduti serbi. Sono passati trent’anni, dice una ragazza che è nata dopo ed è cresciuta altrove, ma viviamo ancora in tempi di dopoguerra. La guerra continua come guerra fra negazionismo e memoria.















