Scriveva Selma Lagerlöf alla familiare e confidente Stella Rydholm che gli impulsi emotivi e artistici alle spalle della Maledizione dei Löwensköld, secondo dei tre volumi del cosiddetto ciclo dei Löwensköld, completato poi nel 1928 da Anna Svärd (traduzione di Andrea Berardini, Iperborea, pp. 386, € 19,50) risiedevano nella reazione alla sua precedente opera, L’anello rubato, pubblicato anch’esso nel 1925.

Introducendo una rottura nella sua prosa, l’autrice svedese mutava i propri riferimenti letterari per raccontare – nella Maledizione – «nient’altro se non ciò che può realmente accadere», evitando ogni sconfinamento nel genere gotico e nell’evocazione del soprannaturale.

Vincitrice del Nobel nel 1909, prima donna a sedere nell’Accademia di Svezia nel 1914 – non senza cospicue resistenze dei critici di ispirazione più conservatrice – Selma Lagerlöf aveva esordito nel 1891 con La saga di Gösta Berling, in cui il protagonista eponimo, assieme a una brigata di improbabili cavalieri, dava vita a una ribellione fatta di disimpegno, sregolatezza e epica joie de vivre. Al racconto picaresco e di argomento amoroso, l’autrice mescolava il gusto fantastico proprio alla tradizione orale della sua regione di provenienza, il Värmland.