Nella primavera 1973, il Mak P 100, la festa degli studenti a 100 giorni dalla maturità, del mio liceo vesuviano ingaggiò Peppino Di Capri, allora già un protagonista affermato della musica italiana, grazie ai buoni uffici di una sua conoscente. In un grande locale di Posillipo, la serata fu trionfale tra l’inizio coi balli lenti cheek-to-cheek delle coppie al ritmo di Nessuno al mondo e Roberta col finale di danze più movimentate concludendo con Un grande amore e niente più, fresca vincitrice del festival di Sanremo, scritta insieme a Claudio Mattone e Franco Califano. Già mezzo secolo fa le sue splendide interpretazioni richiamavano la magia dell’estate, gli amori appassionati al buio, il fascino incantevole delle onde del mare e della luna calante.«Cu me cantate’ sta canzone/vuje ca soffrite ‘ e pene dell’amore/Capri, ve po‘’ canta’ cu na parola» (Luna caprese, 1955). Quel mito che aveva incatenato l’imperatore Tiberio e Krupp, Malaparte e Axel Munthe, splendeva tra i Faraglioni.

NEGLI ANNI SUCCESSIVI Giuseppe Faiella («Ma non può esistere un cantante napoletano con la iella nel nome, porta male. Cambialo. Sei di Capri? Va bene Peppino di Capri, come i monaci del medioevo», gli disse l’antico sodale Mario Cenci, chitarrista dei Rockers, il gruppo che accompagnava negli anni ’60 il cantante e pianista dalla voce vellutata coi capelli ricci, gli occhiali spessi dalla montatura nera e la giacca di lamè) è diventato il fortunato Peppino Di Capri, nato il 27 luglio 1939 e scomparso ieri nella sua isola, personaggio leggendario e amatissimo, 60 anni e più di carriera, in grado di portare il twist nei jukebox, di esibirsi coi Beatles nel 1965 e di suonare per Onassis e Jacqueline, Valentino e altri ricchi e famosi.