Insieme a Renato Carosone – ma senza va detto possederne la sua inventiva – è stato l’artista capace di traghettare la musica napoletana classica verso i ritmi moderni, in particolare quelli americani. Dal 1958 al 1963, Di Capri piazza nelle classifiche un vero e proprio diluvio di successi; il cantante dai capelli ricci, dall’inconfondibile voce nasale scala le hit parade e risuona nei juke box d’epoca. Escono 45, 33 e addirittura tre 78 giri tanta è la richiesta di suoi brani: arrivano uno dietro l’altro Nun parlà!, Nun è peccato di Carlo Alberto Rossi con l’arrangiamento terzinato e in particolare Malatia di Armando Romeo, che canterà per metà in napoletano e per metà in inglese (per la cronaca fu anche la prima cover di Baby Gate alias una giovanissima Mina che la riprese – in versione minimale – nel 2003). Sempre a terzine ecco Di Capri stravolgere Voce ’e notte – suscitando un vespaio di polemiche da parte del pubblico più ’conservatore’. Non solo canzoni della tradizione riadattati, ma anche successi americani tradotti in italiano; eclatante il caso di No Arms Can Ever Hold You di Pat Boone, nel 1960, che diventa Nessuno al mondo con liriche di Nino Rastelli. Ma accade anche il contrario, con classici come Let’s twist again (1961) che resta in originale ma con un arrangiamento diverso e convincente. È il trionfo per Di Capri, che diventa il divulgatore italiano per eccellenza del nuovo ballo.